venerdì 19 ottobre 2012

Francia
Intervista a Rémi Brague, Premio Ratzinger 2012: Ho bisogno di ragioni e le cerco
L'Osservatore Romano
«Mi piace moltissimo dovermi adattare ad ascoltatori diversi, fare incursioni in svariati ambiti» risponde Rémi Brague a chi gli sottolinea il suo impegno su svariati fronti: professore a Parigi e a Monaco, insegna e scrive di filosofia antica romana e greca, filosofia medievale ebraica e araba e questioni contemporanee.

Esiste un filo capace di unire i suoi scritti? 

Il mio filo d’Arianna potrebbe essere la “curiosità saziabile” del piccolo d’elefante di Kipling. Il guaio è che non ho mai avuto il coraggio di approfondire davvero un qualche ambito, specializzandomi... e mettendomi i paraocchi. La questione dell’uomo, di ciò che rende umani gli esseri umani, del loro rapporto con ciò che li circonda (la natura) o sta sopra di loro (il divino), mi ha tenuto in attività per anni. Allo stesso tempo m’interessa un particolare genere di umanità, quella di tipo occidentale. Anzitutto perché ne faccio parte, poi perché ciò che essa ha realizzato, per esempio la scienza e la tecnologia, si è diffuso in tutto il mondo, e infine perché non sono certo che abbia un futuro.

Generalmente viene attribuita a André Malraux la frase: «il ventesimo secolo sarà religioso o non sarà affatto». Possiamo dire che Brague ha trasformato quel detto in «il ventesimo secolo darà la vita o non sarà»?

Non serve essere grandi pensatori per dire ciò che è palese, ovvero che la sopravvivenza dell’uomo, quale specie vivente, dipende dalla sua disponibilità a riprodursi. Che esista o no un vero pericolo di estinzione è una domanda che riguarda i demografi. Ma la mia domanda come filosofo è: «Abbiamo qualche ragione per mettere al mondo dei bambini?». Non sopporto le persone che dicono: «Dai, c’è l’istinto di sopravvivenza a prendersi cura di ciò». Un istinto irrazionale dovrebbe decidere della sopravvivenza dell’animale razionale! Questo è alto tradimento al progetto dell’illuminismo e addirittura della filosofia in generale. Come filosofo ho bisogno di ragioni e le cerco.

Ebraismo, cristianesimo, islam. Data la diversità dei rami in ciascuna religione, dobbiamo continuare a parlare di ciascuna al singolare o sarebbe più appropriato il plurale?

Ma le chiedo: come mai il linguaggio ha mantenuto una certa parola? La diversità delle affiliazioni, delle usanze, e così via, in ogni religione sono ben note. Tuttavia, il cristiano è una persona che riconosce che la rivelazione di Dio si è compiuta in Gesù. È questo il prezzo minimo, anche se io personalmente parlerei in modo più chiaro del fatto che Gesù è risorto dai morti e che è Figlio di Dio. Chi non lo fa, forse difende la “civiltà cristiana”, ma in tutta onestà non può affermare di essere cristiano.

Aristotele afferma che lo stupore è un presupposto per l’inizio della filosofia. Che cosa continua a stupirla?

La capacità di provare stupore e soggezione è un dono prezioso. L’ho ammirato ad esempio in Michel Henry che, per inciso, ho conosciuto a Québec. Questo signore anziano (aveva la stessa età che ho io adesso) riusciva ancora a provare meraviglia dinanzi a un paesaggio. Ci sono tante persone, perfino tra i giovani, che sono indifferenti a tutto. Per quanto mi riguarda, ho già menzionato alcuni problemi: come mai l’Europa ha iniziato, nell’undicesimo secolo, a svilupparsi così come ha fatto, mentre altre civiltà si sono assopite e hanno dovuto attendere la sfida occidentale (di solito una sfida brutale) per risvegliarsi? Permettetemi di aggiungere: com’è che gli esseri umani possono fare le cose migliori ma anche quelle peggiori? Com’è che esiste qualcosa piuttosto che niente in assoluto? È bene che sia così?
L'Osservatore Romano 20 agosto 2012