venerdì 13 giugno 2014

L'Osservatore Romano
Una scommessa. A cura della Fondazione Federico Ozanam - Vincenzo de’ Paoli Onlus, vengono presentati il 12 giugno, a Roma, presso l’aula magna della Lumsa, gli atti dell’incontro teologico culturale «Annunciare il Vangelo nelle carceri. La scommessa della rieducazione», tenutosi ad Assisi nel settembre 2012. Dal volume, pubblichiamo la parte conclusiva dell’intervento dell’arcivescovo emerito di Pisa.
(Alessandro Plotti) Giovanni Battista dice: bisogna spianare le strade, bisogna colmare le valli, cioè bisogna costruire una strada nuova. E questa strada nuova è liberare i prigionieri, dare la vista ai ciechi, curare gli zoppi, cioè costruire un cammino di libertà, di liberazione totale perché dentro questo cammino di liberazione si possa attuare in maniera determinante il progetto di Dio. Il carcere è un’esperienza che tutti i profeti, tutti i testimoni di Cristo hanno dovuto subire. Giovanni Battista c’ha rimesso la testa perché non voleva permettere quella relazione che l’ha portato poi alla morte, al martirio. È stato messo in carcere, quindi la sua parola liberante è stata completamente trasformata in condanna a morte. Una sconfitta ancora una volta di questa tensione verso una libertà vera.
Gli apostoli, anch’essi in carcere: liberati miracolosamente senza che le porte si aprano per ritornare a Gerusalemme nel tempio a praticare la parola del Signore. Non parliamo di san Paolo che è stato in carcere molte volte, che ha rischiato anche lui la condanna a morte, che si è appellato all’imperatore come cittadino romano senza riuscire a salvare la vita. E poi c’è questo grande insulto che riguarda proprio il carcere: Gesù viene incarcerato e Barabba viene liberato e qui davvero c’è il capovolgimento totale di questa logica e, tutto sommato, la passione di Cristo va vissuta in questa prospettiva: come una prigionia.
Allora, ecco che appare un elemento già presente nell’Antico Testamento: i prigionieri in qualche modo sono come i profeti della redenzione. Perché Gesù Cristo sulla croce è davvero un prigioniero: i chiodi che lo immobilizzano sono anch’essi un carcere, ma nel rimettere totalmente la sua vita nelle mani del Padre tutto è consumato. Questo elemento mi pare molto significativo e molto affascinante: il carcere diventa quasi una profezia, una provocazione per il popolo eletto perché o si affronta davvero il problema del carcere, oppure il tempo messianico, il Regno di Dio non si realizzerà mai. Ci sarà sempre questo nodo che non porterà vita nuova dentro una società che deve tendere alla libertà vera.
Pensiamo per esempio al grande tema odierno del carcere politico dove vengono rinchiusi, torturati o uccisi coloro che non condividono il potere dispotico. Se davvero il carcere non è elemento, diciamo, profetico in questa prospettiva messianica, noi rischiamo davvero di cadere ancora una volta in una schiavitù che è quella appunto che i salmi e Isaia combattevano: non si può costruire un regno vero e quindi una società autentica se non si liberano i prigionieri.
Come si stimola una reazione nel popolo di Dio oggi di fronte alla situazione carceraria? Davanti ai gravissimi problemi del carcere in Italia che cosa fa la Chiesa? Che cosa fa il popolo di Dio? Questo è un grande interrogativo. Se non si ritorna a queste provocazioni della Scrittura, io credo che sarà molto difficile che il carcere possa diventare ogni giorno di più la provocazione vera per un popolo che deve crescere nella libertà. Di fronte a questi problemi, ecco, a me pare che di fatto noi mettiamo in atto risorse inadeguate perché non basta un’assistenza diciamo spirituale per sostenere i detenuti, anche se è un compito indispensabile e preziosissimo. Dobbiamo invece passare dall’assistenza, dal volontariato di beneficenza, che si sviluppa in tante forme dentro i nostri carceri, a una provocazione ancora più profonda che è appunto quella di domandarci come le nostre comunità, le nostre parrocchie, le nostre diocesi s’interrogano davvero davanti a questa tragedia. Occorre una sensibilizzazione più efficace perché il carcere, nonostante tutto, è lo specchio delle gravi latitanze sul terreno dei valori etici e sociali.
Oggi si parla tanto di questo problema della connessione tra potere politico e mafia con l’abolizione o la minore insistenza del carcere duro, del 41-bis. È vero, sono destinate a questo carcere duro le persone più ignobili ma, alla luce di quello che la teologia biblica ci ha ripresentato, come si colloca tutto questo dentro il problema? Perché, diciamolo pure, i carcerati, cioè i delinquenti, li formiamo noi, li generiamo noi, li genera la nostra società. E allora se non si ha il coraggio di combattere le grandi battaglie sociali, le grandi questioni etiche, il problema. del carcere non si risolverà mai. Né con i condoni, né con le leggi speciali e né col 41-bis. Oggi viviamo in una cultura dell’avere: tutti vogliono avere di più, il denaro è diventato un idolo e ciò implica più rapine, più imbrogli, più evasioni. Ma non è la nostra società allora che forma, che genera certi crimini? Certo, ciascuno è responsabile di quello che fa e di quello che dice, ma il respirare una certa cultura porta inesorabilmente a pensare che si può avere più denaro, più potere con la violenza del furto.
Pensiamo all’uso esagerato e irrazionale della sessualità. Qui non voglio affrontare il problema della sessualità nel contesto dell’etica cristiana perché sarebbe troppo, sarebbe fuori tema, ma dico: questa tendenza di liberare il sesso da ogni ipoteca morale che cosa ha portato? All’aumento delle violenze sessuali, degli stupri, di questo maschilismo deleterio, della prostituzione: sono tutte queste le grandi criminalità che la nostra società genera e se non mettiamo mano a una riqualificazione dell’impegno sociale noi ci ritroveremo sempre con carceri affollate perché questi crimini aumenteranno ogni giorno di più. Perché sta aumentando la cultura senza Dio.
La crisi della famiglia che cosa porta? In questi ultimi tempi abbiamo assistito a crimini efferati che hanno toccato la famiglia: si uccide l’amante, si uccide il marito dell’amante e si potrebbero fare infiniti esempi. Perché? Perché la famiglia è stata davvero vilipesa e non è stata fatta una politica seria sulla famiglia, su un nuovo concetto di famiglia che non può più essere quello dei tempi passati, ma che ha bisogno di essere ripensata in un contesto diverso. E così la libertà intesa come piacere, cioè io sono libero di fare quello che piace a me: ecco il bullismo, ecco i grandi drammi per esempio del sabato sera con connivenze gravissime sul piano criminologico come la droga. Quanti sono, io non ho dati ma dico: quanti sono gli spacciatori oggi nelle nostre carceri? Credo che siano una percentuale elevata. E noi che cosa facciamo? La repressione non è più sufficiente ed è segno della nostra debolezza perché non sappiamo costruire una società diversa, alternativa. E l’indifferenza religiosa, l’assenza di Dio, che cosa ha portato? Ha portato all’esasperazione del potere: del potere politico, del potere culturale, che produce altri crimini.
Come si può attuare la nostra azione pastorale nelle carceri nella speranza di attuare un’impostazione diversa? Eliminando l’indifferenza che porta a pensare le prigioni come luoghi in cui è meglio non guardare per vivere più tranquilli. Invece noi possiamo davvero proporre, gestire, incrementare questa liberazione, che non è soltanto una liberazione fisica, è una liberazione spirituale attraverso il pentimento, attraverso il perdono, attraverso tutti quei mezzi che possano ripresentare il carcerato non come un uomo da emarginare e quindi da dimenticare, ma come un uomo che deve essere recuperato.
L’ultima domanda che voglio porre è provocatoria: siamo davvero convinti che tutta l’istituzione carceraria, così come noi la pensiamo, sia davvero indispensabile? Che sia la soluzione migliore per salvarci dal crimine? È un interrogativo che credo dobbiamo porci. Come possiamo ricostruire una fraternità? Una condivisione? Una corresponsabilità? Se ciascuno pensa a se stesso, se noi incrementiamo ogni giorno di più la spiritualità individualistica le carceri saranno sempre più piene. È un fatto matematico: là dove non c’è un impegno sociale serio e una ricostruzione, se non c’è una ricostruzione vera del nostro rapporto con Dio, non di un Dio padrone ma di un Dio padre che vuole la salvezza di tutti; se noi non ricostruiamo questo rapporto vero tra la società e il trascendente io credo che tutta la nostra azione all’interno del carcere porterà poco frutto e non riusciremo mai a far fronte a questa marea che ci travolge.
Molti cristiani, lo sappiamo, invocano carceri sempre più duri, addirittura invocano la ricostituzione della pena di morte, eh beh, se questa è la strada, allora il regno messianico è molto lontano e forse non lo si realizzerà mai. Ma Gesù Cristo è venuto per salvarci ed è venuto per dimostrare in maniera piena la sua vittoria, anche sul peccato, anche sul crimine, perché è una liberazione per tutti e tutti dobbiamo attingere a questa fonte inesauribile. Ecco perché il carcere non può essere un muro che divide i buoni dai cattivi, ma in qualche modo deve sempre di più ricostruire una fraternità attraverso il pentimento da una parte e il perdono dall’altra. E il pentimento vero nasce soltanto se la società si dimostra attenta come il Dio che s’affaccia per ascoltare il gemito, il sospiro dei prigionieri. Quante persone si affacciano al problema del carcere oggi? Quanto se ne parla? Quanti mezzi mettiamo a disposizione per questo? Ecco, allora io credo che questi siano i grandi interrogativi che fanno da sfondo a tutto quello che poi si potrà dire sul carcere, sulla sua organizzazione e sul modo della Chiesa di essere presente nei luoghi di detenzione. Senza un’impostazione di questo tipo rischiamo di trovare soluzioni limitate e settoriali.
L'Osservatore Romano, 13 giugno 2014.