sabato 5 settembre 2015

Vaticano
L'Osservatore Romano
Dialogo con il cardinale Erdő. Cosa significa essere un cristiano, un seguace, un discepolo di Cristo? E cosa vuole dire o può voler dire, per una persona del nostro tempo, credere o “avere fede” in Cristo? Sono le domande-fulcro della lunga intervista rilasciata dal cardinale Péter Erdő ai giornalisti Robert Moynihan e Viktoria Somogyi, divenuta un libro dal titolo La fiamma della Fede (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2015, pagine 263, euro 20). Vi si analizza, in particolare, la dinamica della scoperta spirituale, della vocazione, dell’impegno. Ne pubblichiamo la prefazione, scritta dal decano del collegio cardinalizio.
(Angelo Sodano) Ho l’onore di presentare una nuova bella pubblicazione della Libreria Editrice Vaticana dal titolo La fiamma della Fede. Un dialogo con il cardinale Péter Erdő. Il libro contiene una lunga intervista curata dai giornalisti Robert Moynihan e Viktoria Somogyi su di un tema oggi centrale nella vita della Chiesa, il tema della fede nella società contemporanea.
Agli intervistatori ha risposto con profonda preparazione dottrinale il cardinale Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest, nonché presidente della Conferenza episcopale d’Ungheria e del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa. Come si noterà, il libro è dedicato «a tutti coloro che hanno conservato la fede».
Ciò scrivendo, il cardinale Erdő ha voluto ispirarsi al noto testamento spirituale di san Paolo che, scrivendo al suo caro collaboratore Timoteo, l’esortava a continuare ad annunciare con coraggio la Parola di Dio, così come lo stesso Paolo aveva fatto per tutta la vita. L’apostolo poi terminava dicendo al suo discepolo: «Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2 Timoteo, 4, 7).
Ciò scrivendo, il pastore della Chiesa di Budapest aveva forse in mente tutti coloro che avevano conservato la fede, nonostante le prove subite durante il periodo della seconda guerra mondiale e poi con le successive tragiche vicende del periodo comunista. Però erano prove che non avevano spento la fiamma della fede nella maggioranza dei credenti.
Con un profondo amore alla sua terra magiara, l’arcivescovo di Budapest inizia poi a descrivere la fede della sua famiglia e i sentimenti religiosi della sua gente. Era una fede che aveva addirittura animato la civiltà del suo popolo nel corso dei secoli. Anzi il cardinale Erdő ricorda ai suoi intervistatori che «l’origine del cristianesimo nel territorio della città di Budapest risale al secondo secolo» (p. 171).
Con gioia lo stesso presule annuncia poi che nel 2016 si commemoreranno in Ungheria i millesettecento anni della nascita di san Martino di Tours, avvenuta nel 316 in un angolo dell’antica Pannonia. Si tratta di un santo che ben può diventare un simbolo della fede che unisce i popoli europei.
Molto attuale è poi il capitolo 24 del libro, ove si affronta il tema della nuova evangelizzazione. Se ne parla come di un’urgenza anche per l’Europa di oggi, nella scia degli appelli lanciati dagli ultimi pontefici. In realtà, di una “nuova” evangelizzazione aveva già iniziato a parlare il santo Pontefice Giovanni Paolo II, fin dagli inizi del suo pontificato. Certo, egli pensava a una evangelizzazione che fosse “nuova” nell’ardore, nei metodi e nelle sue espressioni, ma allo stesso tempo egli ricordava la necessità che essa fosse sempre fedele alla sostanza del Vangelo. Gesù, infatti, nel dare il mandato missionario universale ai suoi discepoli, li ha espressamente incaricati di trasmettere ai popoli di ogni tempo «tutto ciò che Egli aveva loro comandato» (Matteo, 28, 20). Anzi poco prima della sua Passione, parlando ai suoi discepoli aveva detto loro solennemente: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai» (Marco, 13, 31).
Per riflettere sul vero senso della nuova evangelizzazione, Papa Benedetto XVI aveva convocato nel 2012 una speciale assemblea del Sinodo dei vescovi, indicendo pure un «Anno della Fede» che poi terminò con Papa Francesco e la sua prima enciclica Lumen fidei.
Con il suo appello a una nuova evangelizzazione, il cardinale Erdő si inserisce così profondamente nel solco del magistero dei romani pontefici.
Parlando delle nuove sfide che oggi devono affrontare i pastori della Chiesa, l’arcivescovo di Budapest non ha poi dimenticato di rendere omaggio all’opera generosa svolta in altre difficili circostanze dai suoi predecessori, dall’eroico cardinale József Mindszenty ai suoi immediati successori.
In realtà, questi pastori sono stati dei veri «araldi della fede» e «testimoni della divina e cattolica verità» di cui parla il concilio ecumenico Vaticano II nella costituzione Lumen gentium (n. 25).
In tale occasione anch’io desidero rendere un particolare omaggio alla nobile figura del cardinale Mindszenty, grande «araldo della fede», da me conosciuto personalmente nel 1971, allorquando egli poté venire a Roma per incontrarsi con Papa Paolo VI. Ne conserverò sempre grata memoria.
L’intervista del cardinale Erdő si avvia poi a conclusione con il capitolo 26, dedicato al carisma petrino di Papa Francesco e al suo impegno pastorale per far ardere sempre più nel mondo la fiamma della fede.
Da parte mia vorrei terminare tale prefazione, che volentieri ho preparato per questo libro, esprimendo il voto che esso possa contribuire a suscitare in molti la fiamma della fede e poi a farla ardere ancor più nel cuore dei credenti.
L'Osservatore Romano, 6 settembre 2015.