venerdì 16 settembre 2016

Congo (Rep. Dem.)
Vincent Machozi e gli altri martiri che non fanno notizia
(a cura redazione "Il sismografo")
(Francesco Gagliano - ©copyright) Sono passati 6 mesi da quando il prete assunzionista congolese Vincent Machozi è stato assassinato da un commando di dieci uomini in uniforme militare congolese. Considerato "il presidente mondiale della comunità Yira (Nande)", fino all'ultimo si era battuto, nonostante le numerose minacce di morte ricevute, per far conoscere al mondo i massacri subiti dai civili appartenenti al maggiore gruppo etnico nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo. Qui, nella provincia del Nord Kivu, la popolazione di circa quattro milioni di persone, subisce da anni una continua persecuzione che si è tramutata rapidamente in un genocidio compiuto da vari gruppi armati, spesso con la connivenza delle forze armate e dei governi degli altri stati africani confinanti.
All'origine di tali stragi - dove a pagare il prezzo più alto sono donne e bambini come testimoniano i racconti e le fotografie dei sopravvissuti - si annidano interessi economici e di sfruttamento delle risorse minerarie presenti nel sottosuolo della regione abitata dalla comunità Yira. I giacimenti di coltan (una miscela di due minerali indispensabili nell'industria metallurgica ed elettronica, specie per i conduttori di computer e smartphone) sono i veri tesori su cui i governi locali da anni mettono le mani per rivenderli all'occidente; per accedere a queste risorse si è disposti a tutto, anche a massacrare la popolazione locale per mezzo di bande armate - che spesso colpiscono anche per ragioni di pulizia etnica e tribale -  finanziate dall'alto per creare tabula rasa.
Padre Vincent Machozi era minacciato di morte da alcuni anni e già per tre volte era riuscito a sfuggire a un omicidio; Emmanule Kahindo (vicario generale degli Assunzionisti a Roma, anch'egli congolese) ricorda la richiesta fattagli dal suo confratello lo scorso ottobre: "pregate per me - ci disse - perché sarò assassinato". La consapevolezza di quello che stava capitando nella sua terra e tra i suoi fratelli non è mai stata vinta dalla paura di essere ucciso; Vincent Machozi ha denunciato i massacri che stavano insaguinando la regione e raccoglieva prove e testimonianze dei crimini che le autorità locali coprivano, se non addirittura compievano più o meno direttamente. Per questo aveva fondato l'associazione "Kyaghanda Yira", per far conoscere al mondo la strage subita da quella popolazione, un vero e proprio "genocidio dell'etnia Yira" come era stato definito, solo lo scorso febbraio, dall'assemblea generale del "Kyaghanda Yira". Secondo padre Kahindo  "padre Machozi era riuscito a dimostrare che Joseph Kabila (presidente della Repubblica Democratica del Congo) assieme a Paul Kagamé (presidente del Rwanda dal 2000) erano dietro tutti questi massacri; per questo chiedeva che si tenesse un incontro internazionale sullo sfruttamento del coltan in quella regione e il coinvolgimento dell'esercito regolare congolese e rwandese negli stermini". 
Padre Machozi, dopo aver studiato teologia in Francia, aveva soggiornato negli Stati Uniti dal 2003 al 2012 in seguito alle minacce di morte ricevute e aveva continuato a lavorare da Boston. Rientrato dall'America aveva subito messo a frutto l'esperienza accumulata per continuare a denunciare le violenze in atto con metodi giornalistici di inchiesta e testimonianze dirette; Beni Lubero è il sito che Machozi ha creato proprio con il fine di far sapere al Congo e al mondo l'inferno in cui si era trasformato il Nord Kivu. 
In occasione del decimo anniversario del sito, lo scorso gennaio, padre Machozi era felice di poter dire che questo era ormai diventato "la memoria e il termometro di questa provincia", era felice di poter fornire "informazioni dettagliate - tramite questa piattoforma innovativa e non molto comune nel panorama africano - sui 1155 casi di martirio in tutta la Republica Democratica del Congo" e di aver denunciato "le manovre rwandesi in corso, mirate a occupare il Kivu e a balcanizzarlo, con la complicità del Congo". Come ha raccontato Timothy Longman (Professore associato all'Università di Boston e direttore del Centro di Studi Africani con cui Machozi collaborò nel corso del suo soggiorno statunitense) pochi giorni prima di essere assassinato l'assunzionista congolese aveva pubblicato su Beni Lubero un articolo (poi riproposto postumo e in forma di lettera confidenziale) in cui dimostrava dettagliatamente il coinvolgimento di Joseph Kabila nelle violenze del Nord Kivu, lo stesso Kabila che secondo la stampa congolese di questi giorni, vorrebbe incontrare il Papa in Vaticano.
A 6 mesi di distanza dal suo martirio ricordiamo la generosa e strenua figura di questo "Oscar Romero d'Africa", caduto insieme a tanti altri testimoni per difendere dall'avidità e dalla violenza l'etnia Kivu. In questi giorni in cui - giustamente - si celebrano come beati i martiri del terrorismo caduti in altre parti del globo riteniamo che sia altrettanto giusto ricordare chi ha versato il proprio sangue per denunciare e testimoniare storie che solo apparentemente sono lontane dal ricco e progredito occidente, e che invece ci coinvolgono molto più di quanto possiamo immaginare.