lunedì 20 marzo 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
È con Pio XII che nasce l’idea di proclamare san Benedetto (480-543 o 560) patrono d’Europa. Anche se ciò avverrà solo dopo l’elezione di Paolo VI, tuttavia il suo pontificato fu fondamentale per preparare il terreno all’investitura del fondatore del monachesimo occidentale. Pio XII non solo esaltò san Benedetto quale fondatore della civiltà cristiana scaturita dalle rovine dell’impero romano. Il Pontefice cercò soprattutto di attualizzare la sua opera civilizzatrice, riallacciandola al processo di unificazione post-bellico.Nell’enciclica Fulgens radiatur, datata 21 marzo 1947, il Papa scrive che «non solamente le antiche età ebbero opportunità di ricevere infiniti vantaggi da questo grande patriarca e dal suo ordine, ma anche il nostro tempo deve imparare da lui molte e importanti lezioni»(1) .
Egli mette soprattutto in rilievo la necessità, per l’ordine civile, di poggiare su leggi inviolabili, che assicurino al potere politico i «freni»(2)  della moderazione. La società può imparare, dal rispetto di queste leggi che san Benedetto ha tradotto nelle sue comunità cenobitiche, il senso della fraternità e del reciproco aiuto tra le diverse classi che la compongono, in contrasto con la divisione prodotta «da un’esagerata ricerca della privata utilità»(3) .
Infine Pio XII sottolinea l’immagine del lavoro offerta dalla regola benedettina, che lo rende non solo una forma di servizio per la società ma anche una via di accesso a Dio. Il Papa non manca di riprovare il ricorso alla violenza per far valere i pur legittimi diritti di classe, in aperta polemica con il pensiero marxista all’epoca dominante.
Quanto al contributo di san Benedetto nella fondazione dell’Europa, Pio XII lo riassume in tre immagini: la Croce, il libro, l’aratro(4) . La preghiera e il lavoro sono infatti attività che restituiscono all’uomo il suo «perfezionamento spirituale e corporale»(5) . La conservazione e la promozione del sapere ha avuto poi nei monasteri il suo centro in un’epoca di invasioni e di decadenza.
Il suo ultimo discorso europeista, pochi mesi prima di morire, è un messaggio al monastero benedettino di Norcia, nel quale il santo è celebrato come «il padre dell’Europa cristiana»(6) . Inoltre Il Papa affida alla sua intercessione gli sforzi di «coloro su cui pesano gravi responsabilità, affinché la loro concorde opera possa essere coronata di felice successo, stringendo in un vincolo di vera fraternità i popoli europei»(7) .
Prima ancora di essere eletto, Giovanni XXIII giudicava quantomai opportuno proclamare san Benedetto patrono d’Europa. Il vecchio Papa però – che come disse pubblicamente Paolo VI, aveva i «medesimi sentimenti»(8)  di Pio XII – non riuscì ad arrivare alle celebrazioni per la ricostruzione del monastero di Montecassino. Proprio quella, infatti, fu l’occasione per il suo successore di presentare il breve apostolico Pacis nuntius, il 24 ottobre 1964. San Benedetto era ufficialmente patrono d’Europa.
Nel breve il Papa riprendeva le tre immagini usate da Pio XII e soprattutto dava il suo pieno assenso al processo «tendente al raggiungimento dell’unità europea»(9) . L’appoggio all’ideale europeista concretizzatosi nelle tre Comunità europee non poteva essere espresso in maniera più solenne dal Magistero pontificio.
Giovanni Paolo II ha dato piena continuità a questo orientamento. Momenti importanti di ulteriore riflessione sono stati la lettera apostolica Sanctorum altrix, per il XV centenario della nascita di san Benedetto e i suoi viaggi a Norcia, Subiaco e Montecassino nel 1980, sempre in occasione delle solenni celebrazioni del santo.
Papa Wojtyla presenta san Benedetto non solo come colui che imprime all’Europa i suoi caratteri fondamentali (il recupero della romanità nella nuova linfa del cristianesimo), ma anche come il portatore di una sintesi tra l’Occidente e l’Oriente, con quel monachesimo sviluppato dalla tradizione bizantina a cui il Papa dedicherà importanti passaggi in altri documenti(10) . Il risultato di quella sintesi può essere un modo, anche per l’uomo di oggi, per coltivare la propria spiritualità. «È necessario – scrive il Papa – che lo spirito sperimenti un certo deserto, per poter condurre una vera vita spirituale»(11) . Oggi infatti ci troviamo spesso di fronte ad una «città sovrabbondante di prodotti della tecnica, ma alienante per gli animi, dove l’uomo del nostro tempo resta spesso emarginato, abbandonato a se stesso»(12) .
L’attualizzazione dell’ora et labora sta nel suo «messaggio di libertà»(13) . Benedetto da Norcia fa uscire gli europei dalla schiavitù del lavoro, introducendo l’uguaglianza degli uomini che nella preghiera danno un senso non solo materiale a quello che fanno. L’importante eredità per il nostro tempo è dunque quella di misurare la dignità umana non unicamente su criteri economici.
«Non si può vivere per il futuro – dice durante la sua visita pastorale a Norcia – senza intuire che il senso della vita è più grande della temporalità, che è al di sopra di essa. Se le società e gli uomini del nostro continente hanno perso l’interesse per questo senso, devono ritrovarlo»(14) .
Anche il legame familiare, il senso della paternità superiore da cui discende la fratellanza tra gli uomini è oggi dimenticato. In un «mondo senza padri»(15)  proprio le comunità benedettine insegnano il valore della famiglia.
Giovanni Paolo II è consapevole che l’attualità di san Benedetto sta nella capacità di leggere i segni dei tempi. Come nel passato egli seppe implementare il Vangelo in una società difficile, così oggi la Chiesa deve rileggere il Vangelo per sprigionare in questo preciso contesto storico nuove energie. La società e l’uomo di oggi «non devono e non possono tornare indietro ai tempi di Benedetto, ma devono ritrovare il senso dell’esistenza umana sulla misura di Benedetto»(16) .
Con il nuovo Papa Benedetto XVI, si può dire che la ricerca di questa nuova “misura” acquisti nel Papato una dimensione programmatica. «Il nome stesso di Benedetto, che ho scelto il giorno dell'elezione alla Cattedra di Pietro, – ha spiegato Papa Ratzinger –, sta ad indicare il mio convinto impegno in favore della pace. Ho inteso, infatti, riferirmi sia al Santo Patrono d'Europa, ispiratore di una civilizzazione pacificatrice nell'intero Continente, sia al Papa Benedetto XV, che condannò la Prima Guerra Mondiale come “inutile strage”»(17) .
Il recupero del nome di san Benedetto rappresenta il punto di arrivo di una progressiva focalizzazione del magistero papale, iniziata con Pio XII e proseguita costantemente nei successivi pontificati. La figura del patriarca d’occidente ha rappresentato per i Papi un modello di attualizzazione del messaggio cristiano davanti alle sfide dei tempi moderni, fino ad indicare, ora, l’interesse dominante della Chiesa nel preservare le radici spirituali e culturali dell’Europa, modello di “civilizzazione” per il resto del mondo(18) .
Santi Cirillo e Metodio, gli Apostoli degli Slavi
I santi Cirillo (?-869) e Metodio (?-885) sono ricordati dalla Chiesa ortodossa come gli apostoli dei popoli slavi. I due fratelli nacquero intorno all’825 in Tessalonica, la moderna Salonicco. Cirillo aveva studiato a Costantinopoli, per poi essere ordinato diacono e invitato a insegnare scienze sacre e profane. Metodio invece era riuscito in una veloce carriera amministrativa nell’Impero bizantino.
Nell’863 i due fratelli furono inviati dall’imperatore nella Grande Moravia – un territorio che comprendeva le attuali Moravia, Slovacchia e Slovenia. La richiesta proveniva dallo stesso re di quelle terre, Ratislav, che intendeva diffondervi il cristianesimo. Metodio e Cirillo non si limitarono a portare il Vangelo nelle forme, che essi conoscevano, assunte dalla cultura greca. Operarono invece una vera e propria inculturazione, cercando di renderlo pienamente comprensibile agli antichi popoli slavi. L’opera più importante in questo senso fu l’invenzione di un nuovo alfabeto, il cirillico (che prese appunto il nome di san Cirillo) e, conseguentemente, l’adozione di una liturgia in lingua paleoslava. La liturgia venne pienamente confermata dal Papa Adriano II, che ricevette i due apostoli a Roma con grandi onori.
I quattro anni di permanenza dei fratelli nelle regioni dell’Europa centrale si rivelarono decisivi per il futuro. Infatti il Vangelo da loro predicato e inculturato presto si diffuse a macchia d’olio nelle terre circostanti. In particolare nella penisola Balcanica, in Bulgaria e nella Rus’ di Kiev – un’entità sovrastatale che comprendeva la Russia, l’Ucraina e la Bielorussia – il cui re, Vladimiro, accettò il battesimo nel 988(19) . Anche la Polonia beneficiò dei due santi, sebbene essa accolse il cristianesimo nel suo rito latino – fatto questo che le permise più facilmente, in futuro, di restare fedele a Roma.
Si può dunque affermare che «l’arrivo dei santi Cirillo e Metodio è del più grande significato per i popoli Slavi, non solo per la loro storia religiosa, dal momento che essi vi hanno introdotto la fede Cristiana, ma anche in generale per la cultura e le loro vicende nazionali e politiche»(20) .
La proclamazione dei due fratelli di Tessalonica compatroni d’Europa è avvenuta il 31 dicembre 1980, giorno della pubblicazione della lettera apostolica Egregiae virtutis di Giovanni Paolo II.
È esattamente un secolo prima, con l’enciclica Grande munus di Papa Leone XIII, che iniziava quella che uno storico russo, Aleksej Judin, chiama «la lettura moderna dell’eredità di Cirillo e Metodio nella Chiesa cattolica»(21) , di cui l’atto di Giovanni Paolo II rappresenta il vertice.
Leone XIII aveva dato risposta ad un complesso movimento intellettuale di fine Ottocento, noto come panslavismo, a cui partecipavano anche cattolici e ortodossi con una prospettiva puramente religiosa, cercando di svincolare la meta dell’unità della fede dal mito nazionalistico. L’enciclica del Papa aveva incoraggiato «i primi tentativi di dialogo cattolico-ortodosso all’alba dell’ecumenismo»(22) , che si sarebbero tenuti a Velehrad – il luogo della morte di Metodio – tra il 1907 e il 1936. I santi di Tessalonica testimoniavano l’unità da ritrovare e non la dicotomia tra cristianesimo latino e slavo.
Proprio a questi congressi si sarebbe riferito Giovanni XXIII nella lettera apostolica Magnifici eventus del 1963, sperando che il movimento ecumenico potesse proseguire i suoi sforzi. Lo stesso desiderio venne formulato da Paolo VI nella lettera apostolica Antiquae nobilitatis (1969), dedicata appunto a Cirillo e Metodio.  
La progressiva riflessione del magistero papale sulle due figure ha ricevuto con Giovanni Paolo II notevoli scosse.
Sin dal giorno della sua elezione il Papa aveva dimostrato una lettura spregiudicata della storia continentale, che aveva colpito per la sua visionarietà. Con Karol Wojtyla saliva sulla Cattedra di Pietro un polacco nella sua piena identità di cattolico, uno slavo che guardava alla Chiesa di Roma. Egli poteva osservare e comprendere l’Europa nell’irradiazione dei suoi “due polmoni”. Occidente e Oriente non erano un confine, ma una ricchezza. Le differenze religiose tra cattolici ed ortodossi erano la manifestazione della pluralità culturale dell’unica Chiesa. Non così, invece, lo spartiacque ideologico, una barriera innaturale, fondata su false visioni dell’uomo, che bisognava abbattere.
L’opera profetica di Giovanni Paolo II fu quella di scardinare il significato del grande Muro tra est e ovest, attraverso un sentire paneuropeo fondato sulla dimensione cattolica, cioè universale, della Chiesa. Proprio per questo la metafora poteva adattarsi alla Chiesa, nella sua esigenza di emendare la colpa della divisione, ma anche alla stessa Europa, chiamata ad essere unita.
Il pensare nella logica dei “due polmoni” chiarisce dunque come, al cadere del solenne anniversario della nascita di san Benedetto, nel 1980, egli provveda a dichiarare nello stesso tempo i santi Cirillo e Metodio compatroni d’Europa. Il Papa intende «mettere in risalto, accanto alla imponente opera evangelizzatrice e civilizzatrice compiuta dal Patriarca d’Occidente, quella non meno importante e decisiva, dal punto di vista ecclesiale e storico, svolta dai due santi fratelli, verso i quali la Chiesa tutta, d’Oriente e d’Occidente, ha un perenne debito»(23) .
Giovanni Paolo II è affascinato dalla testimonianza di unità che i fratelli hanno dato in un’epoca già problematica per le relazioni tra Roma e Costantinopoli, nonostante lo scisma non si fosse ancora consumato. Scrive nell’enciclica interamente dedicata ai due apostoli: «Avendo intrapreso la loro missione per mandato di Costantinopoli, essi cercarono poi, in un certo senso, che fosse confermata volgendosi alla Sede Apostolica di Roma, centro visibile dell'unità della Chiesa. Essi così edificarono la Chiesa mossi dal senso della sua universalità come Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica»(24) .
Anche la traduzione della Bibbia dal greco allo slavo attraverso il nuovo alfabeto e l’adozione della liturgia in lingua volgare è per il Pontefice un segno di universalità della Chiesa, che «sa presentare in ogni contesto umano la verità rivelata, da essa custodita intatta nel suo contenuto divino, in modo tale da farla incontrare con i pensieri elevati e le giuste attese di ogni uomo e di ogni popolo»(25) . È «il Vangelo», dice ancora il Papa, «la vera lingua materna dell’uomo»(26) .
Riequilibrare tra loro la tradizione orientale fondata da Cirillo e Metodio e quella occidentale incarnata da san Benedetto, permette alla Chiesa di ricostruire le tessere di un mosaico creativo, radicato nelle culture dei popoli e da essi sviluppato, attinto all’universalità del Vangelo(27) . Giovanni Paolo II indica profeticamente «il traguardo della piena comunione che permetterà alla Chiesa, nuovamente, di respirare con i suoi due polmoni: quello orientale e quello occidentale ed insieme di offrire con efficacia rinnovata all’uomo contemporaneo la verità salvatrice del Vangelo»(28) .
Il suo è il disegno di un «mistico geografico»(29) , come lo ha definito lo storico Andrea Riccardi. Egli è stato il primo a credere in un’Europa unita “dall’Atlantico agli Urali”, nella quale la Chiesa, anche attraverso il suo impegno, tornasse a respirare con i polmoni della piena comunione.
È un’eredità che si impone alla Chiesa di Benedetto XVI, il quale ha ricordato: «Cirillo e Metodio, nativi di Salonicco, inviati in missione fra i popoli slavi dalla Chiesa di Bisanzio, gettarono le fondamenta di un'autentica cultura cristiana e al contempo adottarono attivamente misure per creare condizioni di pace fra tutte le diverse popolazioni. Quei valori di pace e di fraternità, che questi santi Patroni d'Europa, insieme a San Benedetto, hanno difeso instancabilmente, rimangono elementi indispensabili per l'edificazione di comunità di solidarietà aperte al progresso umano integrale, rispettoso della dignità di ogni essere umano e di tutto l'essere umano»(30) .
Lo stesso Pontefice, del resto, ha più volte espresso il suo impegno per l’ecumenismo. Nel suo viaggio apostolico in Turchia ha dato un chiaro esempio della linea che la Chiesa intende percorrere per la riconciliazione tra le culture, le confessioni e le religioni dell’Europa.
“Tre grandi donne” per l’Europa
La decisione di Giovanni Paolo II di includere tra sante nella lista degli speciali protettori dell’Europa va letta alla luce della Mulieris dignitatem (1988), la lettera apostolica che ha centralizzato la figura della donna da un punto di vista biblico, teologico, ecclesiale.
Nella lettera apostolica Spes edificandi (1999) il Papa ha indicato le tre nuove compatrone d’Europa, «tre grandi figure di donne»(31) . Esse sono Brigida di Svezia (1303-1373), mistica, celebre per le sue visioni, viaggiò molto in Italia e nel Mediterraneo; Caterina da Siena (1347-1380), anch’essa mistica, visse profondamente il periodo della “cattività avignonese” (il trasferimento dei Papi ad Avignone dal 1309 al 1377) e dello Scisma d’Occidente, adoperandosi per l’unità della Chiesa e la riforma dei costumi; Edith Stein (1891-1942), polacca, di famiglia ebrea, filosofa della corrente fenomenologica, si convertì ed entrò in un convento carmelitano, per essere deportata dai nazisti ad Auschwitz dove morì nella camera a gas.
Si tratta, appunto, di tre eccezionali figure del secondo millennio cristiano. Brigida di Svezia e Caterina da Siena furono contemporanee, vissero in un periodo di guerre interminabili in Europa e di decadenza della Chiesa, testimoniando con una straordinaria esperienza ascetica la loro fede e trattando con determinazione i potenti dell’epoca. Edith Stein (suor Teresa Benedetta della Croce) è invece un simbolo della shoa e al tempo stesso del martirio cristiano, una figura che racchiude tutto il dramma della storia moderna europea.
Il motivo (…) che mi ha orientato specificamente ad esse – ha spiegato il Papa – sta nella loro vita stessa. La loro santità, infatti, si espresse in circostanze storiche e nel contesto di ambiti “geografici”  che le rendono particolarmente significative per il Continente europeo. Santa Brigida rinvia all'estremo Nord dell'Europa, dove il Continente quasi si raccoglie in unità con le altre parti del mondo, e donde ella partì per fare di Roma il suo approdo. Caterina da Siena è altrettanto nota per il ruolo che svolse in un tempo in cui il Successore di Pietro risiedeva ad Avignone, portando a compimento un'opera spirituale già iniziata da Brigida col farsi promotrice del suo ritorno alla sua sede propria presso la tomba del Principe degli Apostoli. Teresa Benedetta della Croce, infine, recentemente canonizzata, non solo trascorse la propria esistenza in diversi paesi d'Europa, ma con tutta la sua vita di pensatrice, di mistica, di martire, gettò come un ponte tra le sue radici ebraiche e l'adesione a Cristo, muovendosi con sicuro intuito nel dialogo col pensiero filosofico contemporaneo e, infine, gridando col martirio le ragioni di Dio e dell'uomo nell'immane vergogna della  “shoah”. Essa è divenuta così l'espressione di un pellegrinaggio umano, culturale e religioso, che incarna il nucleo profondo della tragedia e delle speranze del Continente europeo(32) .
Lo stesso Giovanni Paolo II ha sottolineato «l'opzione per questa santità dal volto femminile»(33) , che può offrire alla Chiesa «un'indicazione preziosa per cogliere pienamente il disegno di Dio sulla donna»(34) .
Un’opzione, del resto, che ha segnato il Magistero papale più recente. In particolare il rapporto dei Papi con santa Caterina da Siena è stato del tutto particolare. Canonizzata da un Papa senese, Pio II, nel 1461, fu con Pio IX che essa acquistò sempre maggior spazio negli atti del Magistero e nella devozione. Fu infatti proclamata da Papa Mastai, nel 1866, patrona di Roma. Pio XII ebbe per lei una grande venerazione. Le dedicò bellissime preghiere(35)  e, con la lettera Licet Commissa (1939), la dichiarò patrona d’Italia assieme a san Francesco d’Assisi. Paolo VI compì poi un ulteriore salto proclamandola Dottore della Chiesa (1970). Per la prima volta una donna veniva onorata di questo titolo.
Il gesto di Giovanni Paolo II è dunque l’ultimo anello di una crescente centralizzazione della santa senese e, in generale, della santità femminile all’interno della Chiesa. 
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(1)  Pio XII, enciclica Fulgens radiatur, 21 marzo 1947, da http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/encyclicals/documents/hf_p-xii_enc_21031947_fulgens-radiatur_it.html.
(2)  Ibid.
(3)  Ibid.
(4)  Omelia per il XIV centenario della morte di san Benedetto, 18 settembre 1947, in P. Conte (a cura di), I Papi e l’Europa. Documenti, cit., doc. 7.
(5)  Ibid.
(6)  Messaggio in occasione della riapertura della casa natale di san Benedetto, 4 luglio 1958, in ibid., doc. 33.
(7)  Ibid.
(8)  Allocuzione ai VII Stati Generali dei Comuni e degli altri poteri locali d’Europa, 17 ottobre 1964, in ibid., n. 50.
(9)  Paolo VI, lettera apostolica in forma di breve Pacis Nuntius, in P. Conte (a cura di), I Papi e l’Europa. Documenti, cit., n. 52.
(10)  Cfr. Giovanni Paolo II, lettera apostolica Orientale lumen, 2 maggio 1995, n. 9 ss.
(11)  Giovanni Paolo II, lettera apostolica Sanctorum altrix, 11 luglio 1980, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/apost_letters/documents/hf_jp-ii_apl_11071980_sanctorum-altrix_it.html, n. 4.
(12)  Ibid.
(13)  Discorso durante la visita al Sacro Speco, 28 settembre 1980, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1980/september/documents/hf_jp-ii_spe_19800928_speco-subiaco_it.html.
(14)  Omelia durante la visita pastorale a Cascia e a Norcia, 23 marzo 1980, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1980/documents/hf_jp-ii_hom_19800323_norcia_it.html.
(15)  Giovanni Paolo II, enciclica Sanctorum altrix, cit., n. 6.
(16)  Omelia durante la visita pastorale a Cascia e a Norcia, cit.
(17)  Benedetto XVI, Messaggio per la XXXIX Giornata Mondiale della Pace, cit., n. 2.
(18)  Cfr. l’intervista rilasciata da Benedetto XVI a Castel Gandolfo il 5 agosto 2006, cit.: “Tutti i Vescovi delle altre parti del mondo dicono: noi abbiamo ancora bisogno dell'Europa, anche se l'Europa ora è solo una parte di un tutto più grande. Noi abbiamo tuttora una responsabilità al riguardo. Le nostre esperienze, la scienza teologica che è stata qui sviluppata, tutta la nostra esperienza liturgica, le nostre tradizioni, anche le esperienze ecumeniche che abbiamo accumulato: tutto ciò è molto importante anche per gli altri continenti”.
(19)  I mille anni del battesimo della Rus’ di Kiev sono stati ricordati da Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Euntes in  mundum, 25 gennaio 1988.
(20)  M. Lacko, Saints Cyril and Methodius, Slovak Editions, Rome, 1969, p. 7.
(21)  A. Judin, L’eredità di Cirillo e Metodio e il ritrovamento dell’unità, in La nuova Europa, 2006, n.1, p.35.
(22)  Ibid., p. 40.
(23)  Omelia durante la Messa nella Basilica di san Clemente, 14 febbraio 1981, in M. Spezzibottiani, Giovanni Paolo II. Europa. Un Magistero tra storia e profezia, cit., p. 115.
(24)  Giovanni Paolo II, enciclica Slavorum Apostoli, 2 giugno 1985, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_02061985_slavorum-apostoli_it.html, n. 13.
(25)  Ibid.
(26)  Angelus del 13 ottobre 1985, in M. Spezzibottiani, Giovanni Paolo II. Europa. Un Magistero tra storia e profezia, cit., p. 229.
(27)  Cfr. Giovanni Paolo II, enciclica Slavorum apostoli, cit., nn. 16-17.
(28)  Angelus del 13 ottobre 1985, cit., p. 229.
(29)  A. Riccardi, Papa Ratzinger e l’eredità di Wojtyla, in Limes, supplemento al n. 2/2005, p. 12.
(30)  Discorso al Primo Ministro della ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, 23 maggio 2005, da http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2005/may/documents/hf_ben-xvi_spe_20050523_minister-macedonia_it.html.
(31)  Giovanni Paolo II, lettera apostolica in forma di motu proprio Spes edificandi, 1° ottobre 1999, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_01101999_co-patronesses-europe_it.html, n. 11.
(329  Ibid., n. 3.
(33)  Ibid.
(34)  Ibid.
(35)  Cfr. V. Menconi, S. Caterina da Siena e i Pontefici, Associazione Internazionale Mariana, 1986, p. 11.
(LB - AM)