venerdì 21 aprile 2017

(Damiano Serpi - ©copyright) Quando ero piccolo i miei nonni mi raccontavano tante storie affascinanti. Riguardavano tutte situazioni che avevano vissuto in prima persona e sapevano raccontarle con grande partecipazione, anche se non erano mai andati a scuola di recitazione. Allora ascoltavo quelle storie senza sapere che, un giorno, mi sarebbero servite davvero nella vita di tutti i giorni quando sarebbe toccato a me essere adulto. Una di queste storie raccontava di un uomo, che tutti nel paese dei miei nonni conoscevano solo con il soprannome “l’Orco”. Questa persona aveva scelto, o forse era stato indotto dalle circostanze del tempo, a percorrere la strada del banditismo e della latitanza.Di lui si sapeva poco, salvo che viveva tra i boschi e usciva solo per le sue infamanti azioni.  Reato dopo reato si era guadagnato una nomea, negativa si intende, di tutto rispetto. Non che fosse una vera e propria primula rossa, però era capace di dileguarsi molto in fretta dopo aver commesso il suo crimine. Così, mentre la polizia del tempo era impegnata a cercarlo invano in ogni angolo delle campagne, tra la gente aumentava il suo “oscuro” mito. Tutto ciò che succedeva in paese e, poi a macchia d’olio, nei villaggi vicino e nell’intera provincia veniva sempre e comunque attribuito a questo delinquente comune ora diventato uno stratega del male. Chi altri poteva essere stato se non lui è i suoi compagni di merende ?
Di lui si inventavano le storie più assurde e tutti erano pronti a giurare, anche sul proprio onore (e in quei tempi l’onore contava assai)  di sapere con certezza che si era formata dietro di lui una vera e propria corte di disonesti sanguinari pronti a tutto. La gente vociferava che bastava un parola dell’Orco per scatenare l’ira dei suoi mercenari contro chi si era deciso di colpire. Per la gente del posto non vi era più dubbio alcuno. Era quell’uomo l'artefice di ogni nefandezza che si aveva la sfortuna di subire. Furti, rapine, danneggiamenti, accoltellamenti, omicidi, tutto era riconducibile a lui e solo a lui. Un bel giorno però la sua vanità, quella che ogni uomo ha innata dentro di se, lo tradì e fu arrestato in un anfratto di montagna dove viveva solo e con scarsi mezzi.
Qualche giorno dopo un cittadino qualunque subì una rapina mentre rientrava a casa dal negozio che gestiva. Due loschi individui gli puntarono sulla pancia la lama appuntita di un coltello e gli ordinarono di consegnare tutti i soldi che aveva in tasca. Il malcapitato lo fece senza fiatare e i due si allontanarono senza colpo ferire. Più tardi nella caserma dei Carabinieri reali il rapinato giurava di essere certo di aver riconosciuto uno dei due rapinatori, era senza dubbio alcuno l’Orco. Anche alcune persone che erano in strada e avevano assistito al fatto non esitarono a confermare questa sua convinzione. Più volte il maresciallo domandò loro conferma di questo e ottenne sempre la stessa risposta: “Si, lo abbiamo riconosciuto, è stato lui, l’Orco”. Fu allora, e solo allora, che il maresciallo informò i suoi testimoni che ciò non poteva essere perché quell'uomo, l’Orco, era in carcere già da almeno tre giorni. I testimoni ci rimasero di stucco, non perché si erano sbagliati nell'attribuire quel fatto a chi non poteva averlo commesso, ma dal rendersi conto che le cattiverie criminali si stavano compiendo anche con quell'uomo, poco prima origine di tutti i mali, dietro le sbarre. Era la fine di un mito, un falso mito.
Ora vi chiederete perché il bisogno di raccontarvi proprio oggi questa storia che ho sentito da bambino. Perché mi sembra che spieghi molto bene ciò che stiamo vivendo nel nostro tempo con l'Isis e con il terrorismo. I tragici, ennesimi e ripetitivi, fatti di ieri a Parigi sugli Champs Elysées ci hanno fatto ripiombare nell’oscuro più nero. Tuttavia, ieri è successa un’altra cosa molto sintomatica del periodo che stiamo vivendo. La Corte Suprema russa ha bandito dal territorio della Federazione i Testimoni di Geova, sequestrando loro pure ogni patrimonio, perché ritenuti estremisti e potenziali terroristi. Quale è il nesso che ci autorizza a collegare questi due fatti concreti all’apparenza del tutto diversi e inconciliabili ? Sembrerebbe impossibile, a prima vista, trovarne uno, e invece la storiella di prima ci può aiutare a dipanare la matassa e ad accorgerci che un filo rosso lega tutto. Ma andiamo con ordine.
 Ieri, alla radio, un noto e molto preparato commentatore di “questioni internazionali”, non appena informato di ciò che era successo a Parigi, ha subito detto che, comunque fossero andate davvero le cose, l’Isis aveva comunque vinto. Perché sosteneva questo ? Semplice, ormai tutto il mondo, appena esce una notizia violenta che riguarda le nostre città, pensa all’Isis e le attribuisce ogni responsabilità. Non occorre più aspettare la rivendicazione o gli elementi di indagine della polizia, ognuno di noi fa in automatico una semplice equazione e il gioco è fatto. Un uomo esce dall’auto con un fucile tipo Kalashnikov e uccide davanti alla Tour Eiffel un poliziotto e subito tutti noi diamo per scontato che, in un modo o nell’altro, sia stato lo Stato Islamico. Non serve a nulla più ragionare sui fatti concreti, basta la notizia e il seguito è già scritto. La nostra mente si sta abituando all’associazione tra fatti e responsabilità così come nell’esempio che mi raccontavano i miei nonni. Più accadono fatti così clamorosi ed efferati e più la nostra equazione mentale non ha bisogno di eccezioni che confermino la regola.
   Non vi è dubbio alcuno che l'Isis sia una manica di terroristi brutali e di uomini dediti alla violenza più criminale. Sono proprio loro che lo attestano e vogliono farlo sapere al mondo con i loro deliranti proclami e, soprattutto, con le loro più turpi azioni che trucidano civili inermi e innocenti. È del tutto probabile che anche l’attentato di ieri, se non proprio organizzato dall’Isis della Siria, sia stato da esso ispirato o persino comandato. Tuttavia dobbiamo iniziare a chiederci: non è che tutti noi ci stiamo comportando proprio come quei testimoni oculari della storia iniziale che sono certi di aver visto qualcosa che in realtà non poteva proprio essere ? Cercherò di spiegarmi meglio per non passare dalla parte di chi vuole giustificare ciò che non si può e non si deve, ossia l'uso della violenza in qualsiasi modo si voglia farlo. Ciò che mi sembra stia succedendo a tutti noi è qualcosa di molto simile alla convinzione, indotta dalle circostanze e, soprattutto, dalla credenza popolare suscitata da ciò che ci viene raccontato, che tutto ciò che di brutto succede nel mondo, tra le nostre strade e le nostre città, sia comunque responsabilità dell'Isis o di generici, e per questo senza volto, “terroristi”.  L’Isis come il mito assoluto del male che va anche oltre il volto di chi materialmente commette quei delitti orrendi.
Ormai, così come quelle povere vittime del delinquente comune “l’Orco”, davanti alla notizia di un attentato terroristico o di qualcosa di simile siamo in automatico programmati a pensare e affermare che dietro non può esserci che l'Isis con i suoi tanti seguaci sparsi nel mondo. Seguaci senza volto, dai nomi impronunciabili che stanno dietro l’ombra pronti ad agire su comando. Lo siamo così tanto convinti di questo che quasi non cerchiamo più altre spiegazioni ma solo le conferme di ciò che crediamo dover essere la realtà nascosta. Non ci servono più tante prove o condizioni chiare, basta che ci siano alcuni elementi ipotetici e il nostro giudizio arriva a destinazione in modo automatico. È successo anche ieri a Parigi, qualche settimana fa in Germania, dove alcuni ordigni artigianali sono stati fatti esplodere durante il passaggio dell'autobus che trasportava i giocatori del Borussia Dortmund, e ancora più addietro nel tempo a Londra davanti al Parlamento. Chi poteva essere stato se non l'Isis ? Anche la polizia inquirente se ne era convinta a tal punto da affermarlo pubblicamente, se non poi dover smentire tutto ore dopo rilasciando anche coloro che erano stati indicati come i responsabili o loro fiancheggiatori.
Sembra abbastanza evidente oggi il fatto che tutti noi, assuefatti da ciò che succede, ma soprattutto attratti da un racconto comune e impregnati di paura allo stato puro, siamo ormai propensi a credere che dietro ogni cosa ci sia l'Isis e i suoi barbuti seguaci. Per noi non esiste più altro terrorismo che quello dell’Isis e, per converso, tutto il terrorismo che dobbiamo subire è opera dell’Isis. Non riusciamo a capire che questo modo, peraltro del tutto naturale quando si ha paura, di comportarci e giudicare non solo può essere un facile alibi per altri che vogliono usare la violenza come bandiera, ma anche una stessa arma dell'Isis che ha assoluto bisogno di questo mito per poter essere quel genio del male di cui tutti noi abbiamo paura e terrore. Fa comodo a molti poter dare sempre e comunque le colpe di ciò che avviene a un altro soggetto che, per parte sua, non può che essere contenta di essere additata come male assoluto perché questo la rende più forte, dato che più le si attribuiscono attentati in giro per il mondo è più cresce la sua nomea di pericolosità e di fonde di paura. La strategia dell’Isis, forse molto più che preparare attentati in giro per il mondo, è quella di fornire la cornice giusta per potersene sempre avvantaggiare. In questo la sua capacità mediatica di assumersi la colpa, quasi “live” (ossia in diretta), di ciò che accade è stupefacente ma, dobbiamo dirla, agevolata dal nostro stesso comportamento. Ieri, ad esempio, l’Isis ha rivendicato l’assalto armato di Parigi dopo solo poche ore. Ciò che è passato nell’immaginario collettivo di chi guardava tv e notiziari è stata la conferma di ciò che già si credeva. Domani potranno anche arrivare smentite o prove che non c’è alcun collegamento con l’Isis per ciò che è materialmente avvenuto, tuttavia nulla cambierà perché quella rivendicazione, giunta al momento giusto, ha già assolto al suo compito.
Non si possono e non si devono negare i collegamenti che esistono e la terribile forza attrattiva che l’Isis esercita su chi commette gli attentati. Questo è evidente e non può essere smentito. Ciò che invece andrebbe rivisto, soprattutto a livello giornalistico e dei media, è quello di voler semplicisticamente proporre la stessa equazione ogni volta perché questo è il modo più semplice per poter raccontare la versione dei fatti. Oggi, domani e forse per una intera settimana a venire le tv ci racconteranno vita e miracoli dell’uomo che ieri ha compiuto quel criminale fatto di sangue a Parigi. Ci serve a qualcosa sapere oggi, che tutto è già successo, chi era, cosa faceva, dove aveva studiato e se era stato inserito o no nei database dell’antiterrorismo ?  E dopo ? L’esito di tali indagini cambierà qualcosa sulla nostra percezione delle cose o sulla probabilità di altri attentati ? Difficilmente. Dopo qualche giorno ritorneremo tutti in stand by fino al prossimo fatto di cronaca sanguinaria e il tutto rinizierà con lo stesso copione. Per di più, entrati in questo circolo vizioso, ci accorgiamo di una disarmante verità. Nulla di ciò che abbiamo contrapposto e contrapponiamo a questo cieco terrorismo è finora stato davvero efficiente. Non è servito bombardare la Siria e l’Iraq occupata dall’Isis per vedere diminuire la minaccia terroristica nei nostri paesi. Non è servito iniziare una guerra di terra in Iraq e Siria con l’obiettivo di liberare Mosul e Raqqa dai seguaci di Al Bagdhadi per limitare gli episodi di terrorismo in Europa. Non è servito gran ché, a quanto pare, neanche usare in Afghanistan la così detta “madre di tutte le bombe”. Non è bastato limitare il diritto alla privacy, innalzare le allerte, cospargere le nostre strade di blocchi di cemento, disseminare i punti sensibili di checkpoint militari, applicare regole più ferree ai controlli negli aeroporti e stazioni. Il terrorismo ci colpisce ancora nello stesso modo, pugnalandoci nei punti più deboli che si vanno via via scoprendo. Forse è il tempo di cambiare strategia e di pensare a qualcosa che usi più la testa dei muscoli ?   
Non ci rendiamo conto che l’Isis, proprio perché più che una vecchia organizzazione terroristica è un network della paura, ha proprio questo come obiettivo principale delle sue azioni. Più si ha paura dell’Isis e più l’Isis diventa forte, più si attribuiscono fatti all’Isis e più l’Isis li rivendicherà pubblicamente per poter vedere accrescere la sua “potenza”, anche quando poi, nella realtà, a portare morte è un folle facilmente plagiabile. Questa è una spirale, una vite che più si preme e più si avvita su se stessa. Corollario di tutto questo è che noi non badiamo più tanto alla realtà di ciò che succede ma siamo suggestionati dalla paura dell’Orco e quindi ogni cosa ci porta a intravedere la soluzione più semplice. Soluzione che, stiamo bene attenti, diventa per tanti altri un buon alibi da usare a proprio vantaggio.
Infatti, l'alibi che si crea è utile anche a chi vuole essere il paladino della giustizia e del bene comune, perché avere un nemico su cui concentrare tutte le forze, anche quando non si hanno prove certe del suo diretto coinvolgimento, è utile per crearsi, a propria volta, la nomea da "salvatori della patria" che può essere poi venduta meglio all'opinione pubblica che ha paura. Questo ci riporta a ciò che è stato deciso ieri in Russia. Basta accusare di estremismo o paventare il rischio terrorismo e così si ha la strada spianata per poter estromettere dalla vita pubblica e sociale un’intera comunità religiosa come quella dei Testimoni di Geova. Quali sono le prove che i Testimoni di Geova russi sono degli estremisti ? Finora nessun testimone di Geova ha commesso attentati o ha tramato contro l’ordine costituzionale russo, eppure sono degli estremisti molto pericolosi, anzi dei potenziali terroristi. Ora è toccato ai Testimoni di Geova e domani a chi toccherà ? Oggi è successo in Russia e domani dove potrebbe succedere ? In questo modo, solo evocando l’equazione di prima, si possono bypassare i diritti degli uomini, tra cui quello sulla libertà di culto. La lotta al terrorismo è giustissima e va fatta perché chi uccide una sola persona commette il reato più grande davanti agli uomini e il peccato maggiore davanti a Dio. Tuttavia, chi decide chi è davvero un terrorista potenziale ?
Se chi preme il grilletto di un mitra, chi cerca di farsi saltare in aria o chi ruba un camion per falciare inermi pedoni è senza dubbio un terrorista, così come lo è chi prepara, fomenta e finanzia ogni sorta di attentato, come si può invece etichettare chi è solo un “potenziale terrorista” ? Quale libertà d’azione siamo disposti a dare a chi ci governa di decidere quali parametri usare per debellare alla radice il terrorismo che ci impaurisce ? Non c’è il rischio, così, che tutto ciò che è contrario al nostro pensiero, alle nostre idee o al nostro credo diventi un “potenziale nemico terrorista” o un “estremismo” da stroncare sul nascere ? Oppure peggio, non c’è il rischio che chi è al potere usi la paura, legittima, del terrorismo per fini che riguardino, in realtà, solo propri egoistici scopi ?
Guardate soltanto a cosa è possibile ora fare nel mondo usando come motivazione la lotta, generica, al terrorismo. In nome di questa, legittima battaglia, noi siamo disposti ad accettare tutto. Siamo felici di veder alzare muri, siamo contenti di perdere una buona parte della nostra privacy, accettiamo limitazioni delle libertà personali che mai avremmo accettato prima perché erano da noi stesse considerate un principio inderogabile, assecondiamo ogni uso di armi e ogni sorta di decisione sull'impiego di truppe, accettiamo ben volentieri che i bilanci degli stati implementino le spese militari tagliando ogni altra cosa. Tutto sta diventando possibile e praticabile di fronte alla minaccia del “terrorismo”. Basta giustificarsi che lo si fa per sconfiggere il “terrorismo” e tutto viene guardato con un metro di giudizio più blando e permissivo. In Siria tutti combattono contro il terrorismo, tutti. Ogni forza scesa in campo per combattere quella sanguinosa guerra lo ha fatto giustificando la propria scelta con l’obiettivo di sconfiggere il terrorismo. Persino Assad e i suoi uomini sono in guerra per sconfiggere il terrorismo. Però, nella realtà, si uccidono infanti con le armi chimiche, si uccidono bambini e ragazzi con le autobombe dopo averli adescati con l’alettante esca della distribuzione di patatine fritte in busta con sorpresa, si bombardano ospedali dove ci sono solo feriti e ci si accusa l’uno con l’altro di essere fiancheggiatori del terrorismo.
I nonni, come dice Papa Francesco, hanno da insegnarci cose molto sagge e utili per la nostra vita presente e futura. Ecco perché ho sentito il bisogno di condividere con chiunque abbia il piacere farlo la piccola storia che mi fu raccontata dai miei nonni ormai tanti decenni fa. Rifletterci su non costa nulla, solo qualche minuto. Il buonsenso dei nonni, proprio perché hanno vissuto sulla propria pelle gli errori dell’uomo, può esserci davvero utile nel non commetterne altri.