venerdì 21 aprile 2017

(Paolo Rodari) Dice che nonostante l'impegno per migliorala la Chiesa «non si riconosce» nel testo approvato, perché apre «derive pericolose» lontane dal testo della Costituzione che garantisce la salute come «un diritto » per tutti. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, accetta di parlare della nuova legge sul biotestamento soltanto a voto concluso, per non influenzare a priori il dibattito parlamentare.
Cosa pensa della legge? 
«Rimane un testo nel quale non possiamo riconoscerci, pur rilevando l'impegno con cui alcuni hanno cercato di migliorarne singoli aspetti. Essa rischia di aprire derive pericolose, come è avvenuto con altre leggi; e, comunque, rimane lontana da quell' impostazione personalistica che trova riflesso anche nella Costituzione della nostra Repubblica, che tutela la salute come diritto dell'individuo e interesse della collettività. Invece, questo testo è adatto a un soggetto che si interpreta a prescindere dalle relazioni, considerandosi padrone assoluto di una vita che non si è dato. Inoltre, spezza il legame tra medico e paziente». 
Il cuore del provvedimento introduce il divieto all'accanimento terapeutico e il riconoscimento del diritto del paziente di abbandonare totalmente la terapia.  Condivide questi due punti?  
«La Chiesa non ha mai sostenuto l'accanimento, considerandolo una situazione precisa da escludere; l'attenzione alla persona, però, ci porta con altrettanta forza a contestare l' abbandono terapeutico. Il malato chiede di essere accompagnato in ogni momento sia sotto il profilo delle terapie che delle relazioni: questa prossimità fa la differenza».  
Lo stop alle cure, se il paziente non le vuole più, deve essere garantito, ma il medico può rifiutarsi di "staccare la spina". L'obiezione di coscienza era il punto che stava maggiormente a cuore alla Chiesa? 
«L'obiezione di coscienza è un punto qualificante, decisivo, che come tale non è preoccupazione semplicemente della Chiesa, ma di ogni società democratica, che sia realmente rispettosa dell'insindacabilità delle scelte della persona. Naturalmente, anche quando questa libertà fosse garantita, non cambierebbe il nostro giudizio sull'impostazione della legge, non da ultimo in quanto vengono coinvolti aspetti legati alla deontologia professionale. Come non rimanere sconcertati quando il medico viene ridotto a un funzionario notarile, che deve prendere atto ed eseguire, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza?».
Le cliniche private, ed in particolare quelle cattoliche, convenzionate con il sistema sanitario nazionale, non potranno essere esonerate dall' applicazione delle norme. Come reagisce a questo passaggio?  
«Il mancato riconoscimento della peculiarità di tali strutture è una grave lacuna, come è stato rilevato con fondata preoccupazione da diverse realtà. Chiediamo che questa carenza possa essere colmata, nel rispetto della natura di strutture sorte con una precisa missione di cura della vita in ogni suo momento».  
Il fatto che anche l'alimentazione e l'idratazione vengano considerati trattamenti sanitari è problematico per lei?  
«Più che problematico, a mio avviso, è grave in quanto alimentazione e idratazione sono forme di sostegno vitale, indispensabile per il bene della vita. Quando non risultino troppo gravose o prive di alcun beneficio, devono poter essere assicurate al paziente». I cattolici sembrano divisi. C'è chi approva e chi invece reagisce più duramente.  
Perché? 
«Ci sono stati senz'altro interventi di singoli, che hanno espresso sensibilità personali. Come Presidente della Conferenza Episcopale Italiana posso però assicurare di aver toccato con mano un consenso unanime: la Chiesa, a partire dalla Santa Sede, si è pronunciata con chiarezza per il rispetto della vita, anche correndo il rischio di non venire compresa o di essere considerata incapace di rispetto per l'altro e la sua sofferenza. Questa unità non è solo astratta o teorica: i principi ci impegniamo a viverli promuovendo una pastorale di prossimità e chiedendo con forza un maggior investimento nelle cure palliative».