venerdì 19 maggio 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Luis Badilla – Francesco Gagliano - ©copyright) Oggi, il Presidente Donald Trump inizia il suo primo tour internazionale importante che prevede la visita in Arabia Saudita, Israele e Vaticano per poi concludersi a Taormina, sede della riunione del G7.  Questo viaggio, come si legge sulle principali testate internazionali, inizia nel modo peggiore, cosa che fino a pochi giorni fa non si poteva immaginare. Poche volte, nella storia recente, un Presidente USA si è imbarcato in un impegno di questa natura con un grado di popolarità, simpatia e solidarietà da parte del suo Paese, e dell'opinione pubblica in generale, così basso.
In queste ore i molteplici problemi che circondano l'inquilino della Casa Bianca lo danno in "caduta libera", ulteriormente accelerata dalla pubblicazione di vecchie registrazioni in cui il senatore Kevin McCarthy, un mese prima che Donald Trump ottenesse la nomina repubblicana, disse: "Penso che Putin paghi Trump".
Era il 15 giugno 2016, a testimonianza dunque che, ancor prima delle elezioni e della vittoria, il tycoon newyorchese già allora era aggrovigliato nell'insidiosa questione del Russia-gate. Diverse vicende piccole e grandi legate a questa storia evocano, seppure sembra ancora lontano ed improbabile, il fantasma dell’impeachment e anche in questo Trump non sembra fortunato.
Va ricordato che nel giugno 1974 l’allora presidente Richard Nixon, sotto la pressione del caso Watergate, partì per un tour internazionale con tappe in Egitto, Giordania, Siria, Israele e Arabia saudita. Da più parti si riconobbe che l’intenzione principale di Nixon era quella di distrarre l’opinione pubblica statunitense dall'inchiesta in atto. Questo viaggio, tuttavia, non ottenne l’effetto desiderato poiché già due mesi dopo, il 9 agosto, il presidente dovette dimettersi prima di essere destituito dal Congresso.
La complessità di questo viaggio per Trump risiede nelle molteplici diversità che le tre tappe presenteranno: per prime le numerose, delicate e strategiche questioni che questi dovrà affrontare, soprattutto in Medio Oriente. A completare questo quadro non poco complesso si aggiungerà come dulcis in fundo la visita in Vaticano, dove ogni mossa è sempre sapientemente pensata e diretta da un protocollo e da una diplomazia molto formali ma dove tale formalità è sostanza.
In Arabia Saudita non sarà difficile per Trump, dopo le continue e lunghe tensioni tra la monarchia guidata da Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd e l’Amministrazione di  Washington ai tempi di Obama, trovare punti di convergenza e intesa, specie nella lotta contro il fondamentalismo islamico (quello non gradito ai sauditi). Due fatti potrebbero sigillare questa rinnovata amicizia con Riad: l’inaugurazione del Centro globale per combattere l’ideologia estremista, occasione in cui ci sarà un dialogo sull’argomento tra Trump e re Salmān, e le reti sociali nel mondo contemporaneo, materia sulla quale il Presidente si misurerà con Mohamed Bin Salmān, figlio del re saudita.
Con ogni probabilità Riad proverà a ottenere dagli Stati Uniti posizioni più dure nei confronti dell’Iran, nonché un loro maggior impegno nella guerra in corso in Yemen, a guida saudita. Ciò che resta una forte incognita per questa tappa del tour sono i rapporti tra Washington e i Paesi musulmani: un primo banco di prova sarà l’incontro di Trump con i leader delle 6 nazioni che formano il Consiglio di Cooperazione del Golfo. Il secondo sarà l’incontro con i capi e leader di 37 Paesi arabi, invitati dall’Arabia Saudita per un colloquio con il nuovo presidente americano. In questo caso, mentre con la presenza del presidente palestinese M. Abbas, che Trump incontrerà anche in Palestina, non ci sono problemi, la più grande difficoltà potrebbe venire dalla presenza del presidente del Sudan, Omar Hassan Ahmad al-Bashir, attualmente accusato dalla Corte penale internazionale perché sospettato di gravi crimini contro l’umanità.
La tappa israeliana non sembrerebbe particolarmente insidiosa per Trump, data la sostanziale vicinanza tra le sue posizioni e quelle di Benjamin Netanyahu, il primo dovrà sostanzialmente chiarire la sua vera posizione riguardo la soluzione “dei due stati” che in un primo momento, dopo la sua elezione, aveva messo in dubbio. Sarà ugualmente importante capire la motivazione che ha spinto Trump ad annunciare, ma non ancora a realizzare, il trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme e se alla fine si compierà quanto annunciato.
È infine la terza parte del viaggio del Presidente USA la più delicata e problematica, cioè le tre ore circa che passerà in Vaticano tra le 8 e le 11 di mercoledì 24 maggio prossimo. Trump incontrerà per primo, nel Palazzo apostolico, Papa Francesco. Sarà un colloquio privato, con la sola presenza, forse, di padre Mike Miles in qualità d’interprete. Dopodiché l’ospite incontrerà il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin e l’arcivescovo Paul R. Gallagher, Segretario per i rapporti con gli Stati.
Il Trump che si presenta a questi appuntamenti è un politico piuttosto debole, sbiadito e con una credibilità altalenante. Da quando si è insediato lo scorso 20 gennaio appare alle diplomazie, inclusa quella vaticana, come un personaggio tanto controverso quanto debole, il cui futuro appare incerto. Fra le caratteristiche della sua personalità che più colpiscono negativamente c’è quella della sua debole affidabilità, molto peggiorata negli ultimi giorni, dopo la notizia della trasmissione alla Russia di alcuni segreti di stato.
Oltre ai sorrisi, alle strette di mano e altri gesti cortesi di protocollo non si ha l’impressione che la Santa Sede attribuisca veramente a questa visita un’importanza rilevante, tale che possa gettare delle basi solide per un futuro rapporto bilaterale. Delle tante visite che i presidenti statunitensi hanno fatto in Vaticano quella di Trump sarà la più singolare poiché mai un governante USA si è trovato a colloquio con il Pontefice in un momento di così basso prestigio e al tempo stesso di così scarsa credibilità.
La debolezza di Trump nei confronti del Vaticano non deriva solo dalla situazione che si sta delineando all'interno del suo Paese - dove cresce l'opposizione al suo governo, e dove crescono anche le perplessità nel campo repubblicano - ma soprattutto dal fatto che il Presidente statunitense sia un "pesce fuori dall'acqua" con la Santa Sede: non ha nulla da chiedere e nulla da offrire.
Mercoledì 24, varcato l'Arco delle Campane, Donald Trump, e forse questo non è ancora in grado di percepirlo del tutto, non si troverà sul campo della geopolitica e della geostrategia, dove si negozia per dare e per ricevere. E' su quel campo che, prima del Vaticano, Trump avrà giocato in Arabia Saudita, in Israele e con i Palestinesi ma Oltre Tevere non troverà altri concorrenti perché la materia prima dei rapporti con il Vaticano è molto diversa da quella classica fra due stati. La Santa Sede non ha nulla da negoziare con gli Stati Uniti d'America; non ha nulla da chiedere al Presidente Trump; non ha nessuna condizione da porre ai rapporti bilaterali.
La Sede Apostolica ha un pensiero, meglio, una dottrina da difendere, conservare e proteggere e le sue porte restano aperte, anzi spalancate, per chiunque desidera o ritenga di condividere i passaggi centrali della sua visione sull'uomo, sulla sua centralità trascendente, e quindi anche sui destini del mondo e dell’umanità. Questo è il ministero e magistero di Pietro. Tutto questo, per quanto riguarda il pontificato di Papa Francesco, è ben noto.
Caso mai spetta al Presidente Trump, se desidera, trasmettere e chiarire le sue posizioni, in particolare su questioni e temi in cui tra Vaticano e Washington si registra, soprattutto in questi ultimi mesi, l'appartenenza a “culture” molto diverse.