venerdì 19 maggio 2017

L'Osservatore Romano
Gli Stati Uniti hanno disposto delle sanzioni extraterritoriali nei confronti di otto membri della Corte suprema del Venezuela accusati di «avere usurpato le prerogative del parlamento». La decisione è stata assunta dopo che, grazie a una decisione della corte, l’assemblea nazionale, nella quale i partiti di opposizione sono in maggioranza, è stata esautorata nel tentativo del presidente Nicolás Maduro di varare una nuova assemblea per riscrivere la costituzione nazionale senza passare dall’approvazione dei deputati eletti.
La decisione statunitense è stata immediatamente condannata dal governo venezuelano. Il ministro degli esteri, Delcy Rodríguez, ha definito «inammissibile e inaudita» la presa di posizione. Non è pensabile, ha detto, che «gli Stati Uniti impongano sanzioni a una istituzione pubblica, sovrana e indipendente di un altro paese». Così «si violano le norme del diritto internazionale e dello stesso Venezuela», ha aggiunto.
Il cambiamento di rotta nella politica statunitense è testimoniato da un intervento dello stesso presidente Donald Trump, che in una conferenza stampa congiunta con il capo di stato colombiano Juan Manuel Santos ha definito quanto sta avvenendo a Caracas «una disgrazia per l’umanità». Mai, ha aggiunto, «si è vista una cosa del genere in decenni in termini di violenza e di fame. E noi faremo tutto il necessario per uscire da questa situazione».
Sulla questione sono intervenuti anche i vescovi del Venezuela che, dopo una plenaria straordinaria durata due giorni, hanno definito l’assemblea costituente voluta da Maduro «non necessaria» e «pericolosa per la democrazia venezuelana, per lo sviluppo umano e integrale e per la pace sociale». In una lettera inviata a Elías José Jaua Milano, presidente della commissione preparatoria dell’assemblea costituente, i vescovi hanno scritto che «la necessità è di portare a compimento la costituzione, non di riformarla».
Non si fermano intanto le proteste e la repressione nel paese. Mentre a Caracas si sono registrati ancora cortei di opposizione bloccati dalle forze dell’ordine, a Maracaibo, la seconda città del paese, un paramedico è stato ucciso durante una manifestazione, mentre la situazione a Táchira continua a essere estremamente tesa, malgrado l’invio di rinforzi militari nella regione. Con l’ultima vittima salgono a 51 i morti dall’inizio delle proteste.
Nella capitale l’opposizione aveva organizzato una manifestazione contro il governo con cortei che, partendo da quattro punti della metropoli, dovevano convergere verso la sede del ministero degli interni. La guardia nazionale ha impedito che i manifestanti raggiungessero la parte occidentale di Caracas, feudo del chavismo, bloccando i cortei con idranti, lancio di lacrimogeni e cariche. Almeno una cinquantina di persone sono rimaste ferite negli scontri con le forze dell’ordine, secondo le informazioni raccolte dai media locali.
A Maracaibo — dicono i media — la repressione è stata più violenta con la presenza dei colectivos, gruppi filogovernativi, che hanno attaccato i manifestanti. Paul Moreno, 24 anni, studente di medicina e volontario della Croce verde nell’università di Zulia, è morto travolto da un’auto senza targa scortata da uomini armati che circolavano in moto.
Nello stato di Táchira, nel frattempo, proseguono gli scontri, in particolare nella capitale San Cristóbal, mentre a Ureña le autorità hanno chiuso il ponte che porta alla città colombiana di Cúcuta. Sui social network si moltiplicano le immagini di presunti agenti della guardia nazionale che usano armi da fuoco contro i manifestanti, malgrado il governo neghi che le truppe inviate nello stato siano armate.
L'Osservatore Romano, 19-20 maggio 2017.