venerdì 27 ottobre 2017

L'Osservatore Romano
(Lucetta Scaraffia) In questi giorni si celebra il quinto centenario delle tesi di Wittenberg che curiosamente coincide anche con un altro anniversario, quello dell’inizio della religione laica dei centenari. Fu infatti proprio in occasione della celebrazione luterana del centenario nel 1617, poco prima dell’inizio della guerra dei Trent’anni, che ebbe origine questa nuova usanza destinata a una crescente fortuna. Lo ricorda Adriano Prosperi nell’introduzione alla sua bella biografia del riformatore (Lutero. Gli anni della fede e della libertà, Milano, Mondadori, 2017, pagine 580, euro 28) in cui sottolinea come questa data segni agli occhi dei più autorevoli pensatori l’atto di nascita della storia moderna, una storia che si fonda sulla frattura dell’unità religiosa e sulla conseguente consapevolezza della inedita necessità di lottare per la libertà di coscienza. Nelle stesse pagine lo storico affronta anche il problema, su cui molto si è scritto, del rapporto decisivo che si è creato fra Lutero e la nascita dello spirito tedesco come potente rivendicazione di identità. Spirito spesso individuato dai critici come origine di una forma mentis che porta a fare dell’individuo un suddito piuttosto che un cittadino. Problema questo che si riallaccia però soprattutto all’ultimo Lutero, quando il riformatore prende una posizione fortemente contraria alle rivolte contadine, anche se ispirate — almeno in parte — alle sue stesse parole, fino a sposare la forte e dura repressione statale.
La biografia di Prosperi sorvola sugli ultimi anni della vita, mentre ne ripercorre con grande cura e lucida intelligenza la giovinezza e la maturità, proponendosi cioè «una ricognizione sulle fonti del percorso intellettuale e religioso che portò Lutero alla polemica con il papato sulla questione delle indulgenze e alla definitiva frattura dell’unità del mondo cristiano europeo».
Un percorso molto ben approfondito, affiancato dalla lettura dei suoi testi, e fondato sulla conoscenza vasta ed esauriente da parte dell’autore del periodo storico in esame, in particolare della storia dell’istituzione ecclesiastica e più in generale della religiosità europea. Questa vasta cultura di partenza dà al libro un respiro ineguagliabile, mentre una scrittura scorrevole, accessibile anche ai non addetti ai lavori, lo rende di piacevole lettura.
Ne emerge il ritratto di un uomo caratterizzato da una profonda onestà interiore, la cui principale caratteristica è quella di prendere tutto l’insegnamento cristiano tremendamente sul serio. La sua preparazione all’ingresso nell’ordine agostiniano e all’ordinazione sacerdotale si fondò su una lettura lenta e meditata dei testi sacri, e su una convinzione della presenza reale di Cristo nell’eucaristia che non gli venne mai meno. Ma il suo sguardo sulla teologia, sulla scorta della lettura di Agostino, fu radicalmente nuovo: l’oggetto della sua indagine non era più Dio, ma l’uomo, «un uomo sotto il peso del peccato, al quale Dio offre il modo per diventare giusto». In questo senso, scrive Prosperi, «Lutero segnò il passaggio dal Medioevo all’evo moderno».
Lo storico non sottovaluta certo l’importanza che ebbe, nella vicenda di Lutero, l’appoggio di Federico III il Savio, l’elettore di Sassonia, che «maturò ben presto nei suoi riguardi (…) sentimenti di rispetto e devozione».
A proposito del famoso viaggio a Roma del giovane monaco, Prosperi mette in luce che a provocare la sua reazione non fu tanto l’orrore davanti alla corruzione e la necessità di moralizzare i comportamenti, quanto il problema teologico sollevato dalla vendita delle indulgenze. Poteva la Chiesa avere giurisdizione sull’aldilà? Erano giustificate le teorie della salvezza dell’anima che propugnava? Immerso in questi pensieri, il giovane Lutero non prestò attenzione alla bellezza delle opere d’arte appena ultimate o in via di realizzazione, ma apprezzò solamente l’assistenza offerta dagli ospedali italiani, soprattutto a Firenze.
Fin dai primi anni, i suoi compiti di insegnamento e di predicazione lo radicarono in un dialogo con i semplici, centrale nella sua elaborazione intellettuale, nella sua scelta di usare sempre nei suoi scritti la lingua tedesca: uno degli aspetti di modernità che lo contraddistinguono, anche se non si trattava di un personaggio moderno.
Prosperi denuncia un paradosso: se infatti «niente poteva essere più remoto dalla mente del dottor Lutero della volontà di attribuire alla coscienza individuale la funzione di guida inappellabile della condotta morale», proprio la sua eredità contribuì efficacemente a «dare alla libertà di coscienza un posto fondamentale». Mettendo in luce così la contraddizione che abitava un uomo per molti aspetti arcaico che però ha dato origine a un incredibile sconvolgimento nelle idee religiose e nella cultura moderna. Lutero certo non si sentiva un mistico, né un profeta, ma un cristiano lacerato dalla sofferenza del peccato che ha il coraggio e l’intelligenza di porre domande nuove alle sacre Scritture. Con uno sguardo libero da quella lente alla quale ormai tutti i teologi dell’epoca ricorrevano, la scolastica: «Mi baso sui Padri della Chiesa e sulla Bibbia — scrive — non sui dottori scolastici, cosa che fa impazzire i miei nemici (...) Gli scolastici li leggo ma con giudizio, non a occhi chiusi».
Il fatto che non parlasse mai della sua opera come di una riforma della Chiesa, ma piuttosto come del ristabilimento della verità evangelica, viene considerata da Prosperi la prova che la frattura con Roma non fosse stata né voluta né tanto meno programmata. In sostanza, il riformatore «ritiene che non sia lecito resistere alla Chiesa romana, ma alla Curia romana sì». Lutero sentiva di combattere non per la propria sorte «ma per il piano divino di salvezza», e non coglieva nella società europea i segni di violenza che sarebbero sfociati a breve nelle guerre di religione. Segni invece compresi e previsti da Erasmo, che proprio per questo, scrive Prosperi, si trattenne dall’entrare nelle file dei sostenitori di Lutero.
Il rapporto fra i due grandi è ben tratteggiato, fin dall’inizio, come uno scontro fra caratteri molto differenti: «Abituato a dominare negli ambienti colti con le armi dell’eleganza dello stile e di un’intelligenza velata di sapiente ironia, Erasmo avvertì sempre nel tratto personale del monaco agostiniano una radicalità che lo spaventò e gli suggerì di starsene alla larga».
La profonda conoscenza del contesto culturale e religioso alla quale si è accennato, e degli scritti stessi di Lutero, fanno di questa biografia un libro che, se pure non presenta grandi novità interpretative, aiuta in modo mirabile a comprendere la personalità del riformatore e il suo ruolo storico. L’unica critica che si può muovere all’autore è di essersi troppo coinvolto, quasi fino all’identificazione con Lutero. E forse è proprio questo coinvolgimento che gli ha suggerito di non proseguire in modo approfondito la seconda parte della vita del riformatore, quella in cui i suoi limiti — primo fra tutti i legami di dipendenza con il potere politico — si rendono evidenti. I contadini tedeschi, gli ebrei… sono obiettivi delle sue ire difficili da condividere per un buon cristiano, anche del Cinquecento. E questo Prosperi lo sa bene.
L'Osservatore Romano, 27-28 ottobre 2017.