domenica 14 gennaio 2018

(Gianpaolo Romanato) Dal 1823 al 1825 il giovane Mastai nella delegazione pontificia inviata a Santiago. Quasi sedici ore impiegherà l’aereo papale per arrivare a Santiago. Invece, un po’ meno di due secoli fa, il suo predecessore Giovanni Maria Mastai Ferretti ci mise otto mesi per arrivare in Cile, e altrettanti per tornare a Roma. Era il 1823 e il futuro Pio IX, allora un giovane sacerdote ansioso di fare il missionario, mosse tutte le sue pedine, che non erano poche, dato il peso della famiglia da cui proveniva, per essere inserito nell’ambasceria pontificia mandata nella neonata Repubblica sudamericana a discutere con il governo appena insediato il riassetto della chiesa locale.
Fu accontentato e la missione, guidata da Giovanni Muzi, comprese perciò il giovane Mastai in funzione di segretario e un terzo prelato. Il Diario tenuto dal segretario con cura quotidiana, secondo un’abitudine comune ai pochi fortunati (o sfortunati…) che allora viaggiavano, e pubblicato di recente, ci informa minutamente di quella avventurosa missione — la prima di una delegazione papale nelle Americhe post-coloniali — fra tempeste, malattie, quarantene, imprevisti vari, assalti di pirati in mare e di indigeni nella pampa argentina, scosse di terremoto a Santiago. Erano i viaggi di allora, non proprio gli inclusive tour di oggi.
Qui tuttavia ci interessa soprattutto il clima che i tre messi romani trovarono in Cile, un paese fragile, appena distaccatosi dalla Spagna, dal destino ancora incerto, dominato dalla massoneria, la quale vedeva nella Chiesa nient’altro che il pilastro del vecchio ordine coloniale, da sottomettere e, possibilmente, schiacciare. La stessa gerarchia locale era del tutto inaffidabile. C’era al momento un solo vescovo residente, emanazione del “partito spagnolo” (una sacca di resistenza armata fedele a Madrid tenne duro fino al 1826 nell’isola di Chiloé), che remava sia contro i nuovi governanti, sia contro Roma. Per i tre delegati pontifici la partita era difficile, dovendo operare soli, senza contatti con la Santa Sede, quasi prigionieri a Santiago, dove ricevettero un trattamento adeguato al loro rango, ma furono subito privati del passaporto, ritirato dopo l’arrivo. L’interlocutore era Ramón Freire (1787-1851), autoproclamatosi proprio in quegli anni director supremo del Chile, che stava organizzando lo Stato e mirava ad esercitare sulla Chiesa gli stessi diritti di patronato di cui si era avvalsa Madrid nei secoli precedenti. In pratica mirava a farne un ufficio pubblico sottoposto al governo e sganciato da Roma, a partire dalla selezione dei vescovi e dal controllo dei religiosi.
Proprio nei mesi di permanenza a Santiago dei tre italiani (marzo-ottobre 1824) il governo riorganizzò e sottomise la chiesa cilena con una raffica di micidiali decreti unilaterali, inclusa la sostituzione del vescovo della capitale, le cui funzioni furono affidate a José Ignacio Cienfuegos (1762-1847), un sacerdote che aveva accompagnato il cammino verso l’indipendenza del suo paese e sarà anche presidente del Senato. Era stato mandato a Roma per risolvere le pendenze con la Santa Sede, era tornato in Cile insieme con la delegazione papale ed era quasi la personificazione delle incoerenze di una chiesa, quella cilena, che viveva una triplice contraddizione: era stata il pilastro dell’ordine coloniale, poi aveva simpatizzato con il processo di indipendenza, ma non dimenticava il proprio legame con la sede apostolica. Tre cose che non potevano coesistere.
Anche per questo la missione fu un totale fallimento, e, al ritorno, costò la carriera al capo-delegazione, spedito a fare il vescovo a Città di Castello, una sede irrilevante, dalla quale non uscì più. Gli si rimproverò non tanto la mancanza di risultati in Cile, quanto piuttosto di essersi lasciato sfuggire l’occasione di agganciare la nuova realtà politica sudamericana, che era uno degli scopi del viaggio. Parve incredibile, a Roma, che Muzi non avesse accolto l’invito di Simón Bolívar, che gli aveva scritto espressamente una lettera personale, di trasferirsi a Lima per preparare un concordato con il Perú. È vero che, quando gli giunse la missiva, a Lima si combatteva, ma questa non parve una giustificazione sufficiente a motivare l’ingloriosa ritirata.
Due secoli dopo, tuttavia, sono altre le cose che devono attirare la nostra attenzione. Il giovane Mastai Ferretti era il componente meno titolato e meno importante della delegazione. Era il terzo di tre. Ma considerando la carriera che lo attendeva — sarebbe diventato Pio IX vent’anni dopo — è importante capire che cosa riportò da quel viaggio (credo che sia l’unico capo di stato del tempo ad avere varcato, sia pure da giovane, l’oceano Atlantico).
Direi che in America si convinse di due cose. La prima: che la “rivoluzione” — un evento ormai planetario — fosse il principale nemico della Chiesa. Bisognava arginarla a ogni costo. La seconda: che la sopravvivenza del cattolicesimo romano fosse indisgiungibile dalla sua indipendenza territoriale. Insomma, due delle idee-forza di Pio IX maturarono nel corso di quel lungo tour sudamericano. Ma soggiornando a Santiago, a Buenos Aires (durante il viaggio di andata, quando incontrò Bernardino Rivadavia) e a Montevideo (sulla via del ritorno) si rese conto di un’altra cosa: che Roma non era solo la capitale di un precario staterello italiano, ma era il centro di una poderosa organizzazione religiosa mondiale. Tenere in piedi il primo serviva a garantire la seconda. Anche questa sarà un’idea forza del drammatico trentennio in cui governò la Chiesa. Un’idea che, da allora, non è mai tramontata.
L'Osservatore Romano, 13-14 gennaio 2018.