giovedì 29 marzo 2018

Vaticano
Il Papa: “È un onore essere chiamato rivoluzionario”. Colloquio con papa Francesco
La Repubblica
La creazione, la caduta e la salvezza. L'Europa, l'Africa e il Sudamerica. La modernità e le sue contraddizioni. La religione e i suoi rapporti con i laici. La politica e la morale. Nella settimana santa Bergoglio dialoga a tutto campo con il fondatore di "Repubblica" 
(Eugenio Scalfari) Questa è la settimana  di passione secondo  la storia cristiana, che tocca il suo culmine con l’ultima  cena, il tradimento di Giuda, l’arresto di Gesù, il colloquio con Pilato e poi la crocifissione, la morte e il suono a distesa delle campane in tutte le chiese del mondo dove si festeggia il resurrexit. Così si conclude la storia di tre anni di predicazione del figlio di Maria e di Giuseppe della tribù di David,  che in tre anni ha fondato una religione che in qualche modo continua quella ebraica della Bibbia,   ma con nuovi principi che in quei tre anni hanno gettato il seme di una rivoluzione religiosa, ma  anche sociale e politica nel bene e nel male, nel peccato e nel perdono, nei delitti e nella  misericordia.
Martedì pomeriggio ho incontrato papa Francesco su suo invito al pianoterra del palazzo di Santa  Marta in Vaticano, dove il Papa vive e riceve gli amici. Ho il privilegio di essergli amico. Ci siamo  incontrati cinque volte: in una di queste ero con tutta la mia famiglia. Le altre quattro abbiamo  parlato di tutto. Un non credente e il Papa, vescovo di Roma sul seggio di Pietro e ispirato  soprattutto dalle lettere di Paolo, che trasformò il cristianesimo in una religione destinata ad essere  la più seguita, insieme a quella musulmana, con la quale Francesco ha cercato e cerca ancora la  fratellanza in nome di un Dio Unico al quale tutte le religioni debbono ispirarsi. 
Ci telefoniamo spesso, il Papa ed io, per scambiarci notizie l’uno dell’altro, ma qualche volta ci  ritroviamo di nuovo insieme e parliamo a lungo. Di religione e di politica.  
Questa, dicevo, è la settimana chiamata della “passione”. Gesù e i suoi dodici apostoli arrivano a Gerusalemme accolti da una folla festante, la stessa che,  dopo l’interrogatorio con Pilato, sarà chiamata a dire chi merita d’essere liberato tra Cristo e  Barabba, che è già nelle galere romane di Gerusalemme. 
Gesù non è ancora stato arrestato e decide di avviarsi verso il giardino chiamato Getsemani seguito  dagli apostoli, li ferma e dice loro di aspettarlo. S’inoltra in quel giardino dove a un certo punto è  completamente solo, si rivolge al Padre e dice: «Se vuoi e puoi, non farmi bere questo calice amaro, ma se non vuoi lo berrò fino in fondo». 
Non ottiene alcuna risposta e comprende che il Padre non lo salverà. Nel frattempo, guidati da  Giuda, arrivano le guardie e i legionari inviati dai sommi sacerdoti che prendono Gesù e lo portano  in tribunale. Di lì, dopo avere ascoltato anche il parere dei massimi sacerdoti di Gerusalemme, la  sentenza della crocifissione è definitiva e si svolge come sappiamo sulla collina del Golgota. Tutto  questo, chiedo a papa Francesco, deriva dalla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, dal  loro esilio sulla terra dove da allora viviamo? 
Quindi la creazione non è quella splendidamente dipinta da Michelangelo sul soffitto della Sistina,  ma avviene quando Dio vede che Adamo ed Eva avevano ceduto alle lusinghe di un diavolo  serpente, e hanno infranto l’unico divieto che gli era stato posto. La vera creazione dunque è nella  loro cacciata dal Paradiso terrestre, è quella la creazione? 
Francesco ascolta questa mia domanda e poi mi risponde in modo completamente diverso da quello  che di solito viene raccontato. «La creazione – mi dice – non si compie in questo modo descritto. Il  Creatore, cioè il Dio nell’alto dei cieli, ha creato l’universo intero e soprattutto l’energia che è lo  strumento con il quale il nostro Signore ha creato la terra, le montagne, il mare, le stelle, le galassie  e le nature viventi e perfino le particelle e gli atomi e le diverse specie che la natura divina ha messo in vita. Ciascuna specie dura migliaia o forse miliardi di anni, ma poi scompare. L’energia ha fatto  esplodere l’universo che di tanto in tanto si modifica. Nuove specie sostituiscono quelle che sono  scomparse ed è il Dio creatore che regola questa alternanza». 
Santità, nel nostro precedente incontro lei mi disse che la nostra specie ad un certo punto  scomparirà e Dio sempre dal suo seme creativo creerà altre specie. Lei non mi ha mai parlato  di anime che sono morte nel peccato e vanno all’inferno per scontarlo in eterno. Lei mi ha  parlato invece di anime buone e ammesse alla contemplazione di Dio. Ma le anime cattive?  Dove vengono punite? 
«Non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle  anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate  scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici».  
Santità, lei, Papa o Vescovo di Roma come preferisce chiamarsi, si occupa anche di politica? 
«Lei intende di politica religiosa?». 
Santità, la politica è politica, si occupa del genere umano. Per un Papa ha sempre un carattere religioso, ma non soltanto. Del resto lei mi ha sempre detto che in una Chiesa che cerca  d’incontrarsi con la modernità – e lei si è assunto questo compito – come il Concilio Vaticano  II ha prescritto, la politica è al tempo stesso religiosa e laica. Lei da quando segue con  attenzione i suoi doveri riconosce la modernità come un traguardo da raggiungere. Da dove  parte questo chiarimento? 
«Storicamente direi che la modernità parte da un punto di vista ateo e culturale da Michel de  Montaigne. Una lettura quasi necessaria. L’inizio dell’Illuminismo è Montaigne. Poi continua fino a Kant attraverso una serie di passaggi che naturalmente non si fermano a lui. Ma il confine della  modernità che io considero non spetta a me indagarlo, comunque è bene conoscerlo. Il  rappresentante della cristianità deve fare attenzione ad altri problemi. Per esempio all’educazione  dei giovani. In certi casi cercano di lavorare e fanno bene, ma lavorare non è sufficiente, il lavoro va incoraggiato, ma insieme ad esso c’è un altro sentimento altrettanto necessario e forse ancora più  importante: il sentimento di amore verso il prossimo, la propria famiglia, la propria città. Insisto  soprattutto sull’amore verso il prossimo. La Chiesa si estende ad una santità civile e cristiana nel  senso più ampio. La religione per me è di grande importanza, ma sono consapevole che il senso  religioso lo si può avere in casa anche senza praticarlo. Oppure si pratica una religione ma soltanto  nei suoi rituali e non con il cuore e con l’anima. Se devo dire dove oggi è più forte la religiosità  indicherei le masse di popoli del Sudamerica, delle pianure dell’America del Nord, l’Oceania e la  fascia dell’Africa da est a ovest. L’Africa è un continente agitato e tormentato, va molto aiutato. È  da lì che sono partite le masse di schiavi con il loro carico di sofferenza». 
E l’Europa, Santità? 
«L’Europa deve rafforzarsi, politicamente e moralmente. Ci sono anche qui molti poveri e molti  immigrati. Abbiamo detto di voler conoscere la modernità pure nelle sue cadute. L’Europa è un  continente che per secoli ha combattuto guerre, rivoluzioni, rivalità e odio, perfino nella Chiesa. Ma è stata anche una terra dove la religiosità raggiunse il suo massimo e proprio per questo io ho  assunto il nome di Francesco: quello è uno dei grandi esempi della Chiesa che va compreso e  imitato». 
Lei, Santità, si ricorderà che io spesso, quando scrivo di lei, la chiamo rivoluzionario. 
«Sì, lo so ed è una parola che mi onora nel senso in cui la dice. Lei, per quanto so, compie gli anni  tra pochi giorni. Le faccio molti auguri e vediamoci di nuovo presto». 
Mi ha accompagnato fino al portone, ci siamo abbracciati davanti a due guardie svizzere irrigidite  sull’attenti e poi lui ha aspettato che la macchina partisse lanciandomi un bacio con le dita al quale  nello stesso modo ho risposto. Tornando a casa mi sono inconsapevolmente venute in mente le frasi  di Salvini, Berlusconi, Renzi e Di Maio e mi ha preso un senso di profonda tristezza. Sabato dovrò  occuparmi di loro, ma la sciolta delle campane mi farà pensare all’uomo Gesù di Nazareth. Un uomo e non più che un uomo. Qualcuno che a lui pensa e gli somiglia c’è nella società dei nostri tempi. La politica purtroppo è ridotta al caso. Rimpiango i tempi di Platone. Se noi fossimo come  lui; ma purtroppo non c’è speranza.
la Repubblica, 29 marzo 2018