giovedì 3 maggio 2018

«Un modello esemplare di vita sacerdotale e di zelo apostolico, a cui ancora oggi devo molto». Non senza emozione, il cardinale Beniamino Stella ha ricordato così il servo di Dio József Mindszenty durante la concelebrazione eucaristica presieduta nel pomeriggio del 2 maggio in occasione del quarantatreesimo anniversario della morte del porporato ungherese. Nell’omelia pronunciata nell’antica basilica romana di Santo Stefano Rotondo sul Celio, di cui Mindszenty fu titolare dal 1946, il prefetto della Congregazione per il clero ha lasciato spazio soprattutto ai ricordi personali. «La mia presenza questa sera — ha confidato — risveglia in me la memoria dei primi anni di formazione sacerdotale; potrei dire, per usare un’immagine, che è come se stessi pagando un debito, celebrando l’eucaristia e commemorando un pastore come il cardinale Mindszenty, tanto è stato il bene che ho ricevuto, specialmente negli anni della mia giovinezza, dalle testimonianze sacerdotali come la sua».
«Si tratta di una figura che porto nel cuore fin da quando ero ragazzo» ha proseguito, raccontando di essere stato «formato da parroci che vivevano il loro ministero all’ombra di ciò che veniva chiamata la Cortina di ferro». Erano «anni turbolenti e difficili, segnati dalla persecuzione della Chiesa cattolica, che ci facevano guardare a questi pastori sulla breccia appena oltre il confine di casa nostra, con ammirazione, rispetto e venerazione». Per questo, ha aggiunto, «siamo cresciuti pregando per quelle Chiese e per quei pastori, mentre giungevano gli echi della tragica situazione che vivevano alcune grandi capitali come Zagabria, Praga e Budapest».
«Nel 1956, quando scoppiò la rivoluzione d’Ungheria e il cardinale fu messo in salvo nella vicina sede dell’ambasciata americana, ero ancora un seminarista» ha ricordato il prefetto. A quella figura esemplare il futuro sacerdote guardava ammirato, riconoscendo «l’intrepido coraggio della sua fede, la fedeltà con cui egli visse la sequela del Signore» anche nel tempo della persecuzione, «la cura pastorale che ebbe verso il popolo e quella generosa e autentica disponibilità» a essere «un semplice buon pastore, disposto a dare la vita per la Chiesa e per la patria».
Riferendosi poi alla ricorrenza liturgica di sant’Atanasio, vescovo di Alessandria dal 328, «instancabile difensore della dottrina cristiana, che subì la persecuzione di diversi imperatori e per cinque volte fu mandato in esilio», il cardinale Stella ha evidenziato il filo rosso che «sembra legare il destino di ogni discepolo al suo Signore, essendo egli il servo di quella parola del Vangelo, che talvolta risulta essere scomoda per il mondo». Ogni discepolo infatti porta «nel cuore la certezza della vittoria finale», ma, al contempo, deve essere disposto «ad accogliere il monito di Gesù: “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”».
Questa, secondo il porporato, è «l’esperienza degli apostoli, dei cristiani dei primi secoli, di sant’Atanasio, del venerato cardinale Mindszenty, e di tanti fratelli e sorelle di Ungheria e di altri Paesi» che hanno vissuto e talvolta ancora «subiscono violenza e ostilità a causa della loro fede, sperimentando nella propria travagliata esistenza il peso della croce di Cristo, insieme alla beatitudine evangelica della persecuzione, che li associa al Crocifisso». La commemorazione del cardinale ungherese è «una testimonianza vivente» del fatto che «la perseveranza della fede vince il mondo». È proprio la fede, infatti, che ha donato al cardinale Mindszenty «una forza speciale per testimoniare il Vangelo e servire il popolo di Dio, anche nei momenti più drammatici e nelle pagine oscure della vita della Chiesa d’Ungheria». Secondo le testimonianze di chi lo ha conosciuto, il porporato incoraggiava i suoi sacerdoti ricordando che «il mondo ha tolto loro tutto, ma non Cristo e la speranza riposta in lui»
Nella vita e nel ministero pastorale del servo di Dio, ha sottolineato il porporato, «possiamo contemplare la bellezza e la forza di questa unione con Cristo», che fece di lui «un pastore zelante e un testimone luminoso del Vangelo». Fu costantemente radicato «nell’amicizia personale con Dio, tanto è vero che, circa il periodo della dura detenzione, egli racconta nelle sue Memorie: “non poterono togliermi la pratica delle virtù, i tridui, né le mie preghiere giornaliere”». Questa costante fedeltà nella preghiera, che «trovava il massimo della sua espressione nella celebrazione dell’Eucaristia» ed era «corroborata da una straordinaria disciplina personale e dall’esercizio eroico di molte virtù, lo spingeva a vivere un amore speciale verso il popolo di Dio», con il quale «solidarizzava in tutto, sentendosi parte della sua travagliata vicenda e non riservando mai per se stesso un trattamento speciale». Il porporato ha ricordato che, ancora parroco, Mindszenty «fu trovato talvolta a cenare con tre patate soltanto» e, a quanti se ne stupivano, non aveva difficoltà a dire: «Se il Paese soffre, non possiamo permetterci nemmeno noi di sovrabbondare nei beni terreni».
Questa carità, che «univa il suo cuore a Dio e ai fratelli», lo spingeva a «sostenere, accompagnare e sollevare il popolo di Dio dalle angustie di quella situazione» e, soprattutto, a «promuovere con fermezza la fedeltà alla Chiesa e alla dottrina cristiana, contro l’oppressione del regime». Infatti, il suo testamento spirituale, datato 19 ottobre 1962, inizia con questa esortazione rivolta al popolo ungherese: «Nel vostro destino tormentato, fino a quando l’infinita misericordia di Dio farà spuntare l’alba, vivete fedeli a Dio, alla Chiesa e alla vostra patria storica».
Nello stesso testamento, emerge la libertà interiore e la fermezza con cui il servo di Dio «denunciò gli inganni delle idee comuniste e le violenze del regime». Perseverante nella fede fino alla fine della vita, «egli visse quella carità di Cristo che lo spinse, pur avendo subito ingiustizie e torture, all’atto eroico del perdono, verso il quale orienta anche il popolo di Dio». Ricordato da Paolo VI come «singolare figura di sacerdote e di pastore», il cardinale Mindszenty morì per le complicazioni di un intervento al cuore». Ricevuta l’anestesia, lasciò cadere, da sotto le coperte, una coroncina del rosario. Così «compì l’ultimo suo pellegrinaggio: pregando fino alla fine, confidando in Dio senza cedimenti, consegnando a lui quel cuore spezzato, che si era consumato per tutta la vita a favore del popolo ungherese».
L'Osservatore Romano, 3-4 maggio 2018.